Nonantola e la Partecipanza una storia quasi millenaria
I terreni assegnati alle famiglie del paese: come funziona, regole e obblighi
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Esse si basano sull'obbligo di conservare e migliorare il patrimonio avuto in concessione da quasi un millennio per consegnarlo alle future generazioni. Oggi gli aventi diritto all'assegnazione periodica della "bocca" di terra, mediante sorteggio (attualmente ogni 12 anni), sono i discendenti delle antiche famiglie originarie nonantolane, caratterizzati da ventidue particolari cognomi: Abati, Ansaloni, Apparuti, Bevini, Borsari, Bruni, Cerchiari, Corradi, Grenzi, Magnoni, Medici, Melotti, Piccinini, Reggiani, Serafini, Sighinolfi, Simoni, Succi, Tavernari, Tinti, Tori, Vaccari e Zoboli. Essi hanno l'obbligo dell'"incolato", cioè della residenza nel Comune di Nonantola; gli aventi diritto sono circa 3.000. La Partecipanza trova ragione della sua esistenza millenaria soprattutto dalla sua capacità storica di caratterizzare la propria funzione a favore non solo dei Partecipanti, ma dell'intero territorio nel quale è proficuamente inserita, mantenendo fermi i propri capisaldi originari. Dal 1991, ad esempio, il 10% circa dei terreni (valli) non viene ripartito perché è stato destinato a bosco e zona umida, meta di visita per molte scolaresche e visitatori. Pochi Partecipanti ormai coltivano direttamente la "bocca" di terra cui hanno diritto.
"Per comprendere l'importanza che ha avuto la Partecipanza per gli abitanti del Comune di Nonantola bisogna rivolgersi agli anziani. Si sentirà nelle loro risposte l'amore che portavano a quella quota di terra. Non ricordano le fatiche per il duro lavoro, ma nelle loro parole traspare la soddisfazione di aver tratto da quella "bocca" di terra il sostentamento per le loro famiglie. La Partecipanza assicurava il frumento: per il grano (farina = pane) e la paglia per la lettiera del bestiame; il frumentone: per la granella (farina = polenta), e per l'alimentazione degli animali: maiali e polli; i cartocci per imbottire i materassi, gli stocchi e i tutoli per il fuoco, ecc. ecc.; le patate, i legumi, le diverse verdure; il fieno se non usato per il bestiame da latte venduto quale merce di scambio per altri generi come l'uva per il vino o formaggi. La donna che andava sposa a un partecipante era considerata privilegiata in quanto sposava uno che godeva della terra ed aveva assicurato il necessario".
A Nonantola c'è un edificio straordinario per la storia che ci ha tramandato: Villa Emma, costruita nel 1898 da Carlo Sacerdoti, un proprietario terriero ebreo.
Il 17 giugno 1942 arrivarono a Nonantola 40 bambini ebrei. Venivano dalla Jugoslavia ed erano diretti in Palestina; l'occupazione tedesca e italiana della Jugoslavia aveva bloccato loro la strada. Nell'aprile del 1943 vi si aggiunse un secondo gruppo di 33 bambini, che arrivavano da Spalato. Erano tutti orfani che avevano perso i genitori nei campi di concentramento e che erano stati portati oltre la frontiera tedesca. La Delasem (Delegazione per l'assistenza agli emigranti), il cui rappresentante a Modena era Gino Friedmann, che in passato era stato sindaco di Nonantola, prese in affitto Villa Emma, una imponente residenza di campagna con 46 stanze, all’epoca disabitata e in condizioni precarie.
Nella Villa Emma i bambini e ragazzi, dell'età dai sei ai vent'anni, vivevano insieme ai loro accompagnatori e ai loro educatori, Josef Indig, Marco Schoky e il pianista Boris Jochverdson, in condizioni modeste, ma tutto sommato buone. Poterono essere istruiti al lavoro agricolo e a lavori artigiani per prepararsi all'immigrazione in Palestina e alla futura vita in un kibbutz. La popolazione di Nonantola ebbe una grande simpatia per questi giovani rifugiati.
Con l'occupazione tedesca dell'Italia dopo l'armistizio con gli Alleati l'8 settembre 1943 e l'arrivo delle truppe tedesche a Nonantola, la situazione cambiò radicalmente. In meno di 48 ore Villa Emma fu abbandonata e le ragazze e i ragazzi trovarono rifugio presso il seminario dell'Abbazia e nelle case dei contadini, degli artigiani e negozianti dei dintorni. Ricorda don Beccari: "La situazione era molto pericolosa. I ragazzi non potevano restare alla villa. Pensammo di accoglierne una parte, circa 30, in seminario. Il rettore, mons. Ottavio Pelati, ed io chiamammo i seminaristi maggiorenni e chiedemmo se erano d'accordo ad ospitare i ragazzi della villa su all'ultimo piano, che era vuoto. Parlammo anche del rischio che si correva, ma loro non esitarono e ci dissero di sì. Allo stesso modo risposero anche le famiglie di Nonantola presso cui si rifugiarono altri ragazzi e ragazze. Alcuni furono accolti anche nell'asilo delle suore. Rimasero nascosti una decina di giorni, vestiti da seminaristi". Venne organizzata la fuga attraverso la frontiera con la Svizzera, tra il 28 settembre e il 16 ottobre 1943. La maggior parte di loro, dopo una fuga durata 5 anni, arrivò in Palestina nel maggio del 1945. Uno dei ragazzi, Salomon Papa, che si ammalò di tuberculosi e che fu ricoverato nel sanatorio di Gaiato, non riuscì a fuggire. Il suo nome si ritrova nell'elenco di un convoglio per Auschwitz.
Don Arrigo Beccari e il medico Giuseppe Moreali, che coraggiosamente li aiutarono, furono insigniti a Gerusalemme, allo Yad Vashem, della Medaglia dei giusti tra le Nazioni per l'aiuto generoso da loro prestato, e piantarono un albero nel Viale dei Giusti.
Rolando Bussi
bussirolando@gmail.com
(61, continua)
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