Al teatro Storchi il CInema cielo di Manfredini
MODENA. Domani, martedì 10 gennaio, alle 21, in data unica al Teatro Storchi, torna in scena dopo tredici anni lo spettacolo cult “Cinema Cielo” di e con Danio Manfredini, una delle voci più intense...
MODENA. Domani, martedì 10 gennaio, alle 21, in data unica al Teatro Storchi, torna in scena dopo tredici anni lo spettacolo cult “Cinema Cielo” di e con Danio Manfredini, una delle voci più intense del teatro contemporaneo. “Cinema Cielo”, premio Ubu nel 2004 per la regia, si ispira ai frequentatori dell’omonima sala cinematografica a luci rosse di Milano, ora chiusa, e al romanzo di Jean Genet “Nostra signora dei fiori”: una lente d'ingrandimento su un'umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore.
Danio Manfredini ha studiato i frequentatori di questa sala cinematografia con lo stesso sguardo di un antropologo, e da questa umanità disperata, fuori orbita, prende forma, nella trasposizione dell’opera di Genet, una partitura sonora per quadri che risuona della complessità del mondo contemporaneo.
Lo spettacolo prende forma dallo spunto letterario di Genet e dalla vita reale. Come si mescolano le due dimensioni?
«Genet ha scritto questo romanzo in carcere e il romanzo è molto complesso perché è lui in prima persona che parla e si racconta e trae ispirazioni dalle persone attorno a lui per i suoi personaggi. Io però ho estratto dal romanzo solamente un asse che era la storia di un personaggio, un travestito e i suoi amanti e l'assassino di nostra signora dei fiori. Ma questo rimane in sottofondo come un film proiettato nella sala del Cinema Cielo che però viene solo udito e non visto, e invece quello che si vede è ciò che accade nella sala. Si crea così un gioco a specchio perché ci sono delle assonanze tra i tipi di presenze e le cose dette nel film, e quello che accade nella sala».
Qual è l'umanità che si incontra in questo luogo?
«Da un lato si trovano normali avventori di un cinema a luci rosse, dall'altro invece si può incontrare una fetta di società più marginale, spacciatori, marchettari, transessuali, prostitute, quindi un insieme di presenze di cui Genet parlava nel romanzo. Complessivamente è ricreata, in un microcosmo una dimensione abbastanza comune dell'esistenza perché è un mondo fatto di tensioni, desideri, conflitti divertimenti e anche scherzi a volte. Il tema centrale di questo lavoro è la solitudine che fa sì che queste persone entrino al cinema un po' come fosse una tana in cui nascondersi o scaldarsi alla ricerca di amore o di sesso e trovano un po' di briciole di uno o dell'altro o anche niente. Qui c'è una dimensione schizofrenica, la concessione di viversi in una zona d'ombra un po' nascosta, senza identità, ma in fondo ogni uomo ha zone che deve affrontare, a volte con paura, con vergogna, siamo un po' tutti così, ognuno a modo suo ha la sua forma, si tratta di dire siamo umani e basta. Le solitudini qui sono amplificate perché è ovvio che sono messe sotto la lente di ingrandimento, però allo stesso tempo sono le solitudini di tutti quando abbiamo bisogno di qualcosa, siamo nel dominio dei desideri nel bisogno del contatto».
Come è costruito lo spettacolo?
«Tutto è visto da un personaggio (che poi è quello che faccio io), che introduce e apre a questo mondo e la visione è una soggettiva di questo personaggio. Dunque c'è l'utilizzo di manichini a volte e di maschere come elemento di idealizzazione o di visione delle persone. A volte le persone sedute tra le poltrone sono dei manichini perché sono visti così da questo personaggio, altre volte, invece, i personaggi entrano con la maschera perché sono idealizzati da questo trans in una sua visione più onirica e fantastica che porta dentro a un mondo dove si può trasfigurare la realtà».
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