Gazzetta di Modena

Arte a Pavullo: «Vi mostro genio e solitudine di Ligabue»

di Daniele Montanari
Arte a  Pavullo: «Vi mostro genio e solitudine di Ligabue»

Al Mac Mazzieri di Pavullo “Un bès”. Mario Perrotta racconta il pittore di Gualtieri e sul palco recita e disegna

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PAVULLO. Portare sul palco il genio, la follia e il mistero di un'icona naïf come Antonio Ligabue (1899-1965), nella sua perenne ricerca di contatto umano, e affetto. È la sfida straordinaria che vede protagonista Mario Perrotta, talento poliedrico del teatro italiano in scena giovedì 12 gennaio dalle 21 al teatro Mac Mazzieri di Pavullo (e domani all'auditorium di Mirandola), nell'ambito della stagione Ater, con “Un bès - Antonio Ligabue”, di cui è autore, regista e interprete unico. Performance che gli ha permesso di conquistare nel 2013 il Premio Ubu quale migliore attore protagonista (ex aequo con Carlo Cecchi) e l'anno dopo il Premio Hystrio-Twister quale migliore spettacolo dell'anno per il pubblico. Di qui l'onda lunga di quello che è solo il primo capitolo (prodotto da Teatro dell’Argine in collaborazione con Teatro Sociale di Gualtieri, Comune di Gualtieri, Associazione Olinda e dueL) della trilogia con cui nel 2015 si è concluso il “Progetto Ligabue – Arte, marginalità e follia”, che si è guadagnato un altro Premio Ubu quale miglior progetto artistico. Ma “Un bès” resta il fulcro di tutto, gemma inventiva e attoriale.

Un'opera molto felice, Perrotta. Com'è nata?

«È nata nel 2011 durante il mio passaggio a Gualtieri, scoprendo che era il paese di Antonio Ligabue. È stato il cortocircuito tra due fili elettrici di fondo che avevo in me: il ricordo dello sceneggiato Rai di fine anni '70 con Flavio Bucci e il sentimento provato in procinto di adottare con mia moglie un bimbo africano. Ho pensato a quanto sarebbe stato ritenuto diverso in questo paese per il suo colore della pelle, ed è venuto naturale proiettarsi sul diverso per eccellenza: Antonio Ligabue. Ritenuto folle, ma non lo era».

Lo impersona disegnando realmente: quanto è stato difficile imitarlo?

«Non ci ho neanche provato a imitarlo, sarebbero venute fuori solo pessime copie. Ho la fortuna, non il merito, di saper disegnare e porto sulla scena gli archetipi dei personaggi che assediano la sua mente: dalla prima alla seconda madre che lo denuncia, ai popolani di Gualtieri che lo deridono. Ho scelto volutamente il bianco e nero, per distaccarmi da lui che amava il colore».

Disegni però molto apprezzati da pubblico e critica...

«Sì, ogni fine spettacolo c'è sempre la gara a venire sul palco per prenderli: ce ne sono ormai 2mila nelle case degli italiani... Ma al di là del risultato artistico, conta che seguano l'andamento emotivo della storia».

Perché l'ha chiamato “Un bès”?

«Perché un bacio è tutto quello che Ligabue ha chiesto invano per tutta la sua vita, un gesto d'affetto negato da tutte le figure femminili della sua vita».

Che cosa ci dice Ligabue oggi?

«Che gli uomini sono troppo facili a tirare su steccati di separazione dal “diverso”».

Prima volta a Pavullo? Le piace o no esibirsi in provincia?

«È la prima volta sì, e sono molto felice di essere qui e poi a Mirandola, anche se sono reduce dal Piccolo di Milano. Sono molto affezionato alla provincia, perché ho fatto tanta gavetta, innanzitutto. Ma poi perché in provincia il pubblico te lo devi conquistare: la gente non viene per abitudine, non se la lascia raccontare. Ti scelgono e ti mettono alla prova».

Un uomo solo sul palco e scena minima: perché?

«Perché lo spazio vuoto riempie di possibilità: lo spettatore immagina e costruisce. E questo è l'atto teatrale più puro, perché il teatro è il nulla che prende corpo, e al momento dell'applauso svanisce».

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