Palagano, le foto raccontano storie e volti di un secolo fa
Un Comune giovane, nato nel ’57. La strage di Monchio, le miniere dei Cinghi
Inspiegabilmente questa strage, che può tristemente essere considerata la prima di massa di quel periodo, era caduta nel più profondo degli oblii. Solo a partire dal 2005 sono iniziate indagini sulla strage da parte della procura militare di La Spezia (poi soppressa e accorpata nelle sue funzioni a quella di Verona) su impulso del Procuratore militare Marco De Paolis. Sono alla fine stati rinviati a giudizio per quei fatti sette tra ex ufficiali e soldati con incarichi di comando della divisione "Hermann Göring", responsabili per la strage, e il processo si è svolto a Verona.
La sentenza di primo grado è stata emessa dopo 52 udienze il giorno 6 luglio 2011 e ha previsto per la strage di Monchio, Susano, Savoniero e Costrignano la condanna all'ergastolo per tre imputati: Ferdinand Osterhaus, sottotenente, comandante di plotone della Quinta compagnia; Helmut Odenwald, capitano, comandante della decima batteria artiglieria contraerea che da Montefiorino diresse i bombardamenti sugli abitati, e Alfred Luhmann, unico graduato di truppa, ma di cui è stata riconosciuta una funzione di comando sul campo nell'ambito del reparto esplorante.
Cippi e monumenti commemorativi ricordano gli eccidi di quel periodo. Uno dei luoghi più significativi e suggestivi di questa secolare memoria si trova a Monchio, dove è situato il Parco della Resistenza Monte Santa Giulia, 28 ettari di una splendida natura. All'ingresso del Parco è allestito il Memorial Santa Giulia, un imponente complesso scultoreo composto da quattordici grandi monoliti in pietra, opera di artisti di diverse nazionalità, simboleggiante la pace, la libertà e la fratellanza. Sempre all'interno del parco, sulla cima del Monte Santa Giulia, in un luogo di straordinaria bellezza cui fa da cornice un incantevole scenario dominato dalla vetta del Cimone, sorge in solitudine la Pieve dei Monti, dedicata a Santa Giulia. Distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, la ricostruzione, che richiama in gran parte l'aspetto originario, risale agli anni Cinquanta del Novecento. Dell'antico edificio non rimangono che tre capitelli, parte di una base di colonna e tre cimase di pilastri nell'interno, diviso in tre navate da due file di colonne.
Ma lasciamo un attimo (senza dimenticarle) le tristezze del passato.
“Dell'Appennino fra le balze orrende
lungo la destra riva del Dragone,
un clivo delizioso si distende,
che delle Grazie sembra la magione...
Palagano si chiama il bel paese,
patria di geni e di cervelli fini
che s'illustrar con clamorosi fatti
e il nome ambito meritar di matti...”."
Sono le caratteristiche peculiari di Palagano: paese adagiato nella splendida vallata del Dragone, alla quale fanno da sfondo e da corona le vette più alte dell'Appennino: il Cantiere, il Cimone, il Cusna e, all’orizzonte, le Prealpi veronesi. Chi scrisse questi versi tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento fu don Gaetano Nizzi (1873-1917), detto "Tanino", allora giovane parroco di Rotari - piccola frazione nei pressi di Fiumalbo. La Palaganeide (pubblicata nel 1953 con prefazione di Adriano Gimorri e disegni di Carlo Bassini) descrive le vicende dei Palaganesi, attingendo alle storie di paese nonché alla fantasia dell'autore. In sei canti, che comparvero periodicamente sul giornale "Pierpaolo", si narra dell’ingenuità di quei montanari-eroi che cercano a Livorno l'intelletto e decidono di fabbricarsi la grande luna che desiderano. Stravolgendo il genere epico e cavalleresco, "Tanino" mostra una combriccola di "astuti" paesani che accompagnano il lettore in una serie di vicissitudini e sventure; caricature o maschere di "tipici" personaggi di paese, che vengono dipinti con goliardìa benevola. La solennità della narrazione epica viene abbassata attraverso particolari grotteschi o fuori luogo. Ma non c'è alcun disprezzo nell’utilizzo di elementi volutamente esagerati e carnevaleschi; piuttosto la comicità si trasforma in una modalità di riflessione su tematiche di ampia profondità, come la vita, la condizione umana e la morte.
La sagra più famosa del paese, nata nel 1969 nei boschi dei Pianacci, viene definita "La Festa dei matti", un omaggio al poeta che "di noi tanto disse", ma soprattutto un "marchio" di una gente burlona, pronta ad accogliere tutti, e a offrire ai buongustai la cucina locale: oltre ai piatti tipici emiliani, specialità molto apprezzate, come il ciaccio palaganese e il fritellozzo di castagno.
Il paese è divenuto anche nel tempo un centro importante di spiritualità e di cultura: qui risiede fin dal secolo scorso la Casa Madre delle Suore francescane dell'Immacolata, che già nel 1950 diedero coraggiosamente vita alla prima Scuola Media della montagna; poi nel 1956 fu aperto l'Istituto Magistrale femminile, ufficialmente inaugurato e benedetto il 2 settembre 1957 dal cardinal Lercaro, vescovo di Bologna, e dall'arcivescovo di Modena monsignor Amici.
Nei pressi di Palagano, immerse in una natura selvaggia e suggestiva, si possono raggiungere le "Miniere di Rame", dislocate all'interno della zona denominata Poggio Bianco Dragone.
Le miniere sono articolate tra gli imponenti depositi di rocce ofiolitiche che affiorano in molte zone dell'Appennino modenese e reggiano, ricche nella Valle del Dragone di minerali calcopiriti (si è trovato anche rame nativo), nei quali nel passato si cercò anche la presenza dell'oro. Di questa presenza parla naturalmente la voce popolare, e ne dà testimonianza lo stesso nome locale Palagano, che sembra possa derivare dalla voce pre-latina "Palaga", significante appunto "pepita d'oro".
Questi giacimenti sono noti fin dai tempi remoti, e sicuramente furono utilizzati dagli Etruschi, maestri della tecnica mineraria, che debbono per primi avervi posto mano e trovato forse il prezioso minerale.
L'affioramento ofiolitico più imponente dell'Appennino modenese, principalmente sviluppato sul versante destro del torrente Dragone, si trova nei Cinghi di Boccassuolo.
Oggi dai Cinghi di Boccassuolo verso la località di Toggiano si aprono ancora alcune bocche di miniere in uno scenario da fiaba. Al loro interno, sulle rocce ofiolitiche, brillano modesti minerali di pirite e di calcopirite, qualche cristallo di quarzo e tracce di blenda. La Miniera di Toggiano è formata da una galleria centrale, della lunghezza di circa 24 m, che si biforca in due rami ortogonali alla galleria di accesso, uno verso nord della lunghezza di circa 2 m e l'altro verso sud della lunghezza di circa 8 metri. Nel comprensorio dei Cinghi, oltre a questa miniera, sono state localizzate altre 11 gallerie caratterizzate da uno sviluppo variabile, passando dai pochi metri di alcune agli oltre 700 di quella più estesa.
P. S.
Mi piacciono molto i minerali. Spero che un giorno avrò il tempo di andarne alla ricerca!
Rolando Bussi
bussirolando@gmail.com
(63, continua)
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