Manera al Michelangelo con "Il primo amore"
“Il primo amore” di e con Leonardo Manera, è il terzo spettacolo della rassegna dedicata ai comici al teatro Michelangelo. Gli scatoloni che costituiscono la scena non...
MODENA. “Il primo amore” di e con Leonardo Manera, è il terzo spettacolo, oggi 27 gennaio alle 21, della rassegna dedicata ai comici al teatro Michelangelo. Gli scatoloni che costituiscono la scena non rappresentano un trasloco reale, ma sono simbolo di un trasloco sentimentale, di emozioni, che un padre, anche se separato, può lasciare al figlio. Insegnandogli a ridere e a sorridere anche nei momenti più complicati, insegnandogli a navigare di bolina: ad andare avanti, cioè, anche quando la vita è controvento. «Perché in fondo - spiega l’autore - se ogni vita è il riassunto di tutte le vite, l’importante è saperla affrontare in modo seriamente comico, con la forza della responsabilità e con la leggerezza di un coriandolo nel vento».
«In questo spettacolo c'è tutta la mia vita - dice infatti Leonardo Manera - Io sono un padre separato che racconta al figlio, attraverso il racconto, la vita, facendolo in modo divertente. Parto dalla mia infanzia per arrivare a quello che sono oggi».
Lo fa anche con alcune fotografie che raccontano istanti di vita vissuta...
«Ci sono emozioni provate in prima persona ma anche personaggi che ho fatto nel corso della mia carriera. Racconto sia gli eventi privati, sia quelli pubblici che hanno segnato la storia dell’Italia e degli italiani negli ultimi decenni, dai mondiali di calcio del 1982 a Tangentopoli, con tutti gli stati d’animo che ne sono conseguiti: dalla passione all’inquietudine, dalla speranza alla gioia, per arrivare alle delusioni che ogni persona incontra nel proprio cammino».
Quindi in scena c'è una grande pluralità di emozioni?
«In scena ci sono degli scatoloni come si trattasse di un trasloco e, quando li giro, si leggono le emozioni che si possono provare nella vita: passione, felicità ma anche inquietudine e dolore. Tutti legati a fatti di vita vissuta».
Cosa può insegnare un padre ad un figlio con cui però non può condividere una quotidianità?
«Io sono diventato padre quando mi sono separato ed ho dovuto sfruttare al meglio il tempo che avevo. La cosa che più mi preme è far capire a mio figlio il senso di responsabilità. È sbagliato dire “lo faccio perché lo fanno anche gli altri”. Bisogna sapersi assumere responsabilità della vita».
Se ogni vita è il riassunto di tutte le vite, quanto è importante saperla affrontare oltre che con responsabilità anche con comicità e leggerezza?
«La comicità serve sempre per esorcizzare i problemi della vita. Giorgio Gaber diceva che “stare sul palco è una forma di terapia”. Gli spettatori si possono ritrovare in questa storia».
Cosa c'è nei suoi progetti futuri?
«Attualmente sto facendo, insieme ad alcuni giornalisti, le prove per un nuovo format televisivo. È una cosa che parte dall'attualità per sconfinare poi nella comicità. Insieme comici e giornalisti. Siamo impegnati al Teatro Manzoni di Milano».
Il teatro però offre emozioni diverse?
«Questo spettacolo per me è particolarmente importante perché è dedicato a mio figlio che adesso ha sette anni. Io lo filmerò per farglielo vedere quando arriverà verso i 16 anni. È lo spettacolo a cui tengo di più tra quelli proposti fino ad adesso».
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