«L’identità è nel rapporto con gli altri»
Il filosofo ed etologo Marchesini presenta il suo libro oggi alla libreria Ubik
MODENA. È forte l'amore di sé perché si riesca a stabilire relazioni, concepire l'esistenza come convivio, disponibilità al ricoscimento e all'accoglienza dell'altro? A queste domande dà una risposta il filosofo ed etologo Roberto Marchesini nel libro “Alterità. L'identità come relazione”, prefazione di Ubaldo Fadini (Mucchi Editore, pp. 189, 16 euro) che viene presentato oggi, alle 18.30, alla Ubik, dove l'autore dialogherà con l'antropologo Stefano Boni.
Che significa interrogarsi su temi di estrema attualità?
«Nel 900 si viveva, pur con tantissimi problemi, in un mondo ovattato. Ora le relazioni con l'ambiente, gli animali, con le altre culture sono diventate un problema. La globalizzazione ha messo al centro l'importanza e pure la difficoltà della relazione. Parliamo di relazione come qualcosa di positivo, ma deve essere partecipata con persone di diverse culture».
Mi pare che lei abbia una visione alquanto ottimistica dell'accoglienza dell'altro...
«Chi scrive determinati processi deve fondare qualcosa sulla speranza, sull'ottimistismo, pur vedendo la problematicità, in quanto le cose non si mettono a posto in maniera naturale. Se vogliano costruire l'integrazione, occorre metterci impegno. L'altruismo è certamente una grande cosa. Manca molto spesso l'organizzazione del lavoro, la disciplina. Occorre un maggior senso civico».
Come ci si può aprire all’ospitalità?
«Per ospitare qualcuno occorre aver cura della propria casa. Il che significa aver cura della propria identità, dei propri valori. La capacità di avere un'identità e non di azzerare. Nello stesso tempo per ospitare si deve fare un po' come Nausicaa che accoglie Ulisse che racconta chi è. L'ospite non deve tacere. È ospite perché desideriamo conoscere la sua storia. L'ospitalità è una narrazione reciproca e ciò viene spesso a mancare. Se non si conosce l'altro si crea un ghetto, non l'integrazione».
Credo che il suo pensiero sia vicino a Lévinas che sostiene che l'alterità nega le differenze e che nella responsabilità di fronte all'altro consiste l'identità dell'uomo?
«Levinas rientra nella grande riflessione del 900. Il suo concetto de “Lo sguardo dell'altro” lo ritroviano nell'esistenzialismo di Heidegger. In questi filosofi sorge in maniera decisa il problema dell'invidualismo contemporaneo, dell'abbandono, della ricerca di senso che gravita sulla propria vita che ne viene sopraffatta. È importante valorizzare la propria esistenza in una visione relazionale. Una condizione di egocentrismo, determinata anche dal mezzo tecnologico, televisione e social network, non riesce a trovare una risposta».
Il suo libro è anche un richiamo forte contro chi vuole costruire barriere?
«Certo. È sbagliato costruire muri, ma anche non tener conto delle politiche e progetti di integrazione. I muri non esistono. Tutto ciò che succede in Africa arriva a noi sotto forma di piaggia, di virus. Siamo tutti sullo stesso pianeta e sotto lo stesso tetto».
Michele Fuoco
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