Ecco il museo ideale di Flavio Caroli: incontro al Monzani di Modena
Un viaggio nell'arte di tutti i tempi con Flavio Caroli che da undici anni racconta alla trasmissione “Che tempo che fa” su Rai tre, il significato e il valore di grandi opere di maestri....
MODENA. Un viaggio nell'arte di tutti i tempi con Flavio Caroli che da undici anni racconta alla trasmissione “Che tempo che fa” su Rai tre, il significato e il valore di grandi opere di maestri. Un itinerario sorprendente che ora possiamo seguire nel libro “Il Museo dei capricci. 200 quadri da rubare” (Electa, pp.410, euro 29,90) che il professore presenta, oggi, domenica 29 gennaio, alle 17, al Bper Forum Monzani. Un museo immaginario che lo storico dell'arte ha ricostruito per sé, pur proiettandolo nei desideri di un amico soprannominato “l'Innamorato”. Un luogo di meraviglie, strutturato in 30 sale, con motivi riguardanti l'erotismo, i misteri dell'arte, il cibo e l'amore, le stagioni, il volto delle città e il cinema.
La scelta dei 200 quadri da cosa è stata determinata?
«È un museo fatto non per storia, come quelli esistenti, ma per opere primarie: l'arte che ha rappresentato i temi fondamentali della vita».
Lei lo chiama “Museo dei capricci”. È un'operazione di “divertissement” la divisione delle stanze dai temi diversi?
«Assolutamente no. C'è pure una componente di divertimento, come nel primo capitolo che parla di somiglianze tra personaggi illustri di quadri e protagonisti della vita d'oggi (sport, cinema, politica). Ma l'operazione è serissima».
Che significato assume il trasmettere il senso della bellezza di un capolavoro?
«È fondamentale. La bellezza è la cosa più straordinaria che sia toccata ai viventi in questo mondo. Merita di essere prodotta e spiegata».
Avendo la possibilità di scegliere in questo museo due o tre opere da mettere in casa, quali preferirebbe?
«L'“Annunciazione” di Lorenzo Lotto e “Ritratto e un sogno” di Pollock».
Non pensa ci sia una certa distanza del pubblico dall'opera d'arte?
«C'è una certa distanza, ma molto meno di quello che si creda. Si assiste ad una enorme richiesta di arte, come dimostrano le file ai musei, le mie trasmissioni in televisione, con ascoltatori in continuo aumento. Affronto ogni 15 giorni un capitolo del mio libro a “La vita in diretta” su Rai, e ha un grandissimo successo. Parlo su RadioTV 2000 e l'ascolto è molto alto».
Mi pare, però, che l'arte resti un fatto d'élite, perché il linguaggio dei critici è spesso difficile, astruso...
«Certo, l'arte è un fenomeno d'élite. Intanto cominciamo a vedere fila di migliaia di persone e ciò fa credere che l'arte si stia avvicinando alla popolarità. I numeri sono tali che ci hanno riflettere. Forse siamo al di là dell'élite. Parlo dell'arte classica. Quella contemporanea è tutt'altro discorso. È più difficile e richiede una comunicazione adeguata, intelligente. E ha ragione chi ritiene che la critica sia spesso stupida, scioccamente incomprensibile, chiusa in se stessa. Critica autoreferenziale che più volte sfiora l'assurdo ed è priva di efficace comunicativa».
Lei che è un divulgatore di capolavori, come considera quelli che si definiscono “specialisti” di movimenti, di correnti, di periodi storici?
«Mi destano molto sospetto. Come sostenevo nel libro “Con gli occhi dei maestri” del 2015, i maestri hanno avuto la testa molto vasta e molto aperta. Chi ragiona in piccolo è segno che ha la testa piccola».
Il suo museo è una sorta di sogno di un innamorato. Può essere anche di stimolo per chi vuole costruirsi un suo museo ideale?
«Molti ce l'hanno il loro museo ideale. Basterebbe prendere solo carta e penna e metterlo giù. È un invito che facciamo a tutti».
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