Gazzetta di Modena

“Analisi” della follia: Alda Merini rivive con Anna Foglietta a Pavullo

di Daniele Montanari
“Analisi” della follia: Alda Merini rivive con Anna Foglietta a Pavullo

PAVULLO. «Dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita». Questa frase di Alda Merini è l'emblema de “La...

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PAVULLO. «Dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita». Questa frase di Alda Merini è l'emblema de “La pazza della porta accanto”, lo spettacolo dedicato alla “poetessa dei navigli” scomparsa nel 2009 che mette a nudo tutto il dramma vissuto nei suoi quasi dieci anni di permanenza negli istituti psichiatrici. Protagonista una straordinaria Anna Foglietta (“La squadra”, “Distretto di polizia”, e tra i film “Nessuno mi può giudicare” e “Colpi di fulmine”), che per questo ruolo ha vinto la Maschera del Teatro 2016 come migliore attrice, su testi di Claudio Fava e con la direzione di Alessandro Gassmann. In scena al Mac Mazzieri di Pavullo il 7 febbraio (per la stagione Ater) e poi l'8 al Fabbri di Vignola e dal 9 al 12 allo Storchi di Modena (per il circuito Ert). «Sono sempre stato dalla parte dei diversi, sia quando a distinguerli sono i colori della pelle che quando vengono definiti diversamente abili» sottolinea Gassmann, spiegando: «Per questa mia decima regia ho immaginato un impianto scenico che ripropone la claustrofobia di un reparto psichiatrico e mi permette di interagire con la visionaria immaginazione della nostra protagonista». Anna Foglietta è calata davvero anima e cuore nel personaggio, tanto da portare questo dramma (prodotto da Teatro Stabile di Catania con Teatro Stabile dell'Umbria) alla sua 85esima replica in giro per l'Italia.

Foglietta, quanto è difficile essere Alda Merini?

«Devo dire che dopo un'ora e mezza arrivo alla fine svuotata, quasi da star male. È un ruolo di una straordinaria intensità, dall'inizio alla fine. Ma è anche un atto dovuto a una figura tanto amata e troppo spesso in passato semplicemente etichettata come folle. Noi facciamo vedere da dove parte quella follia che ha originato un incredibile mondo poetico».

Una denuncia degli orrori subiti da internata?

«Mostriamo certamente la grande sofferenza che hanno subito in quegli anni persone che oggi verrebbero trattate solo con una pastiglia. Ma il messaggio è che l'amore ci salva anche dai più grandi abissi. È ciò a cui dobbiamo anelare sempre, pronti ad accogliere e comprendere gli altri, anche in una condizione di dolore. Anzi, solo la conoscenza del nostro dolore ci permette di riconoscere il dolore altrui e di unirci in un sentimento universale».

Amore anche tra le mura del manicomio?

«Era proibito da regolamento innamorarsi lì. Ma Alda era una donna alla perenne ricerca di amore, anche dopo che fu strappata alle sue figlie. Conobbe un uomo, che qui chiamiamo Pierre, ed ebbe una relazione con lui che portò alla nascita di un'altra bambina. Ma che le fu sottratta subito».

E la poesia come l'aiutò?

«Le permise di non farsi distruggere, di veicolare tutto quello che accadeva lì dentro. Il dolore può devastare o fare del bene. Nel suo caso la portò ad essere voce di tutti i pazzi e le pazze che incontrava».

Che impatto ha questa intensità sulla scena?

«Gassmann ha voluto una regia molto asciutta, che evidenzia le contraddizioni. La recitazione visionaria moltiplica gli spazi, grazie anche agli effetti creati dal light designer Marco Palmieri e le musiche di Pivio De Scalzi che evocano emozioni. I testi di Fava sono frutto di grande sensibilità, e il cast è straordinario. Un lavoro particolarmente azzeccato e fortunato: secondo me, la regia più bella di Gassmann».

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