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Le donne gelose di Goldoni al Teatro Storchi di Modena

Le donne gelose di Goldoni al Teatro Storchi di Modena

MODENA. È in scena da stasera fino al 19 febbraio presso il Teatro Storchi lo spettacolo "Le donne gelose", la prima commedia di Carlo Goldoni, scritta interamente in dialetto veneziano che il...

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MODENA. È in scena da stasera fino al 19 febbraio presso il Teatro Storchi lo spettacolo "Le donne gelose", la prima commedia di Carlo Goldoni, scritta interamente in dialetto veneziano che il regista Giorgio Sangati ha deciso di portare in scena lasciandola intatta, aggiungendo i sopratitoli in italiano ma senza cambiare la forma originale. Una Venezia, quella del Settecento, attanagliata dalla crisi dove le storie di piccoli commercianti, donne e altri personaggi vengono raccontate sullo sfondo del carnevale. Il regista Sangati racconta la genesi e qualche curiosità sullo spettacolo.

Che Venezia è quella raccontata da Goldoni?

«Racconta una società decadente sia dal punto di vista economico che morale, la classe media, i bottegai e i commercianti che in realtà hanno le botteghe vuote con una sorta di economia stagnante. Tutti in un qualche modo sono dipendenti da forme di gioco d’azzardo e vedono nella sorte l'unica speranza di uscire da questa crisi. Tutti questi aspetti rendono lo spettacolo molto interessante».

Chi sono le donne gelose?

«La protagonista è la vedova Lucrezia che riesce a mantenersi nonostante la sua scelta di vita ovvero quella di non vendere il corpo, di prostituirsi ma decide di scegliere l'ingegno. Purtroppo le donne sole in quel periodo non avevano molta scelta, o il convento oppure vendere il proprio corpo. Lucrezia invece rivendica il fatto di usare l'ingegno in modo onorevole e questo è visto con sospetto dalle altre donne. Più che una gelosia è invidia nei confronti di un'autonomia rara per quel periodo storico».

Storie di donne e famiglie che sembrano lontane ma in realtà sono molto attuali.

«Si, ci sono degli spaccati familiari che sono davvero molto inquietanti, in cui non mancano le storie di violenza domestica, l'accettazione e l'omertà di vicende molto spiacevoli. L'evidenza con cui certe dinamiche delle spettacolo risuonino ancora oggi è uno degli aspetti che più fanno riflettere lo spettatore, è molto attuale e molte storie purtroppo le ritroviamo ancora».

Il testo è in dialetto veneziano e lei ha voluto lasciarlo così. Come è riuscito a coniugare questo aspetto con attori e pubblico?

«Il testo è interamente scritto in veneziano da Goldoni e si tratta anche di un veneziano particolare, quello ancora più stretto del quartiere. Credo che il dialetto doni al testo una ulteriore bellezza, si tratta di una lingua molto "emotiva". Così ho scelto di lasciare il dialetto mettendo dei sopratitoli. Da un lato quindi gli attori partecipano con il corpo, in modo particolarmente efficace dal quale si riesce a capire cosa vogliono dire e lo spettatore è sempre a disposizione di un intero testo che scorre con sopratitoli. Non è limite, anzi ogni spettatore grazie all'energia dello spettacolo e degli attori riesce a entrare perfettamente nella storia».

Serena Fregni

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