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Modena. Il riscatto della colpa, il film della Dionisio ad Astradoc

Modena. Il riscatto della colpa, il film della Dionisio ad Astradoc

MODENA. Il 7 marzo ecco storie di nuove povertà, disuguaglianze sociali, dignità e di quelle ultime cose che rappresentano le vestigia di un benessere scomparso e di un'identità sociale tramontata

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MODENA. Storie di nuove povertà, disuguaglianze sociali, dignità e di quelle ultime cose che rappresentano le vestigia di un benessere scomparso e di un'identità sociale tramontata. Irene Dionisio racconta tutto questo in “Le ultime cose”, film neo-neorealista in programma alle 21 di oggi ad “Astradoc - viaggio ai confini del reale”, rassegna di documentari, musica e incontri ospitata dal Cinema Astra (via Rismondo 21) e già presentato al Festival di Venezia.
Per la regista torinese si tratta di un ritorno sotto la Ghirlandina, questa volta con un racconto corale di tre storie che si intrecciano al Banco dei Pegni di Torino sulla sottile linea del debito morale alla ricerca del proprio riscatto. Irene Dionisio sarà presente per incontrare il pubblico. La serata prenderà il via alle 19.30 con aperitivo nel foyer del cinema Astra in collaborazione con APA - associazione Porta Aperta, accompagnato da un dj set a cura di Laika.
«C'erano delle domande che mi facevo sulla questione del debito - spiega la regista Irene Dionisio - Avevo letto un libro sull’argomento che si chiama Debito, scritto da David Graeber, tra i fondatori di Occupy Wall Street e docente di economia a Yale. Sono laureata in filosofia della storia e quindi mi interesso a queste tematiche. Perciò mi sono chiesta quale istituzione sociale potesse raccontare la questione del debito, anche come debito morale, come colpa. E, ad un certo punto, sono arrivata a pensare che il Banco dei Pegni fosse il tipo di istituzione che mi interessava. Ho sentito dunque la necessità di andarci, anche perché non avevo idea di cosa fossero diventati nel frattempo questi luoghi».
Come è nata l'idea di girare il film?
«Nella fase iniziale volevo solo capire delle cose, anche per interesse personale. Solo in un secondo momento ho deciso che volevo raccontare quel mondo. Inizialmente ho pensato a un documentario, ma poi ho capito che sarebbe stato impossibile, per motivi di privacy. Nessuno degli utenti sarebbe voluto apparire, anche per una questione di vergogna imperante».
Viste le difficoltà economiche di oggi sono ancora tante le persone che ricorrono al Banco dei Pegni?
«È così. Negli anni Sessanta alcune vicende sono state narrate in film neoralisti ma poi non ne aveva più parlato nessuno. È molto difficile entrare in contatto con queste storie anche perché la gente non lo vuole fare sapere».
Per girare il film ne ha visitati alcuni. Cosa si è trovata di fronte?
«Molte delle storie che ho raccontato nel film. C'è sicuramente una dimensione di degrado ma anche un'altra per la mancanza di liquidità economica».
Il film può apparire duro, ma ha invece un forte orizzonte di speranza.
«Girare un film di questo genere tendenzialmente è un modo per dire guardiamoci per trovare altre risposte».
È il suo primo lavoro di finzione, prima si eri cimentata solo con il documentario.
«Vi sono storie che hanno bisogno di più spazio per l'approfondimento».
Il film è già stato esportato in alcuni paesi europei.
«In effetti è un film che nasce non italiano ed è già è stato esportato in Svizzera, Francia e altri paesi».
Attualmente sta lavorando su altri progetti?
«Sto lavorando per realizzare un secondo film ma ancora non posso svelare niente. Sarà comunque un film molto originale».
Nicola Calicchio

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