Gazzetta di Modena

I Puritani di Vincenzo Bellini icona della melodia romantica 

di Claudio Gavioli
I Puritani di Vincenzo Bellini icona della melodia romantica 

Da domani alle 21 in scena l’ultimo lavoro del compositore morto a soli 34 anni Opera di cristallina bellezza che tanta influenza ebbe sulla produzione verdiana

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MODENA. Rossini - Donizetti - Bellini: il trio di punta del melodramma italiano del primo Ottocento. Gli eroi del romanticismo in musica. Come Gre - No - Li (Gren - Nordahl - Liedholm) il trio di fantastici attaccanti della nazionale svedese e del Milan anni Cinquanta. Domani, giovedì 16 aprile, scenderà in campo, alle 20 al comunale - Pavarotti, Vincenzo Bellini, con “I Puritani”, la sua ultima opera andata in scena al Théatre de la comédie italienne di Parigi il 24 gennaio del 1835 poco prima della sua morte prematura avvenuta a soli 34 anni. Bellini è stato l’icona della melodia romantica (ascoltate per credere l’aria del terzo atto “Credeasi, misera! Da me tradita” di Arturo e Elvita, roba da far accapponare la pelle). Melodie che Verdi, patito della “fulminea sintesi”, con un giudizio severo, trovava “lunghe lunghe”.
Bellini rispetto ai due compagni di reparto, per nulla amati, era il più innovatore, il primo a uscire dalla gabbia tattica della forma chiusa (tempo d’attacco, adagio, tempo di mezzo, cabaletta). Eredità che Verdi fece sua riuscendo, soprattutto da Rigoletto in poi, caratterizzato da “una sfilza interminabile di duetti”, a essere sempre più libero nella struttura formale delle sue composizioni. Anche perché la fazione dei wagneriani, nemici giurati della forma chiusa, lo incalzava su questo tema marcandolo stretto, così come il giovane compositore Alfredo Catalani autore de “La Wally” che gli rimproverava di essere un tradizionalista.
Ma ritornando a Bellini c’è da sottolineare che “I Puritani” nonostante il mediocre libretto del conte Carlo Pepoli è un’opera di cristallina bellezza, con intuizioni musicali straordinarie e un impegno proibitivo per i cantanti a causa delle asperità della partitura (la parte del tenore, scritta per il fenomeno dell’epoca Giovanni Battista Rubini, è diventata da allora praticamente “incantabile” senza opportuni aggiustamenti). L’opera piacque tanto che alcune parti venivano regolarmente “bissate” con eccessiva dilatazione dei tempi. Ciò costrinse Bellini ad apportare alcuni tagli che si consolidarono nella tradizione fino ad oggi. L’influenza de “I Puritani” su Verdi sembra evidente. Il finale del secondo atto (in particolare la cabaletta “Suoni la tromba intrepido”) è Verdi allo stato puro. Qui troviamo anticipato il tema del Trovatore (l’aria di Arturo all’inizio del terzo atto). Ancora: Arturo minaccia Riccardo, rivale in amore “Questo ferro nel tuo petto sino all’elsa io vo piantar”.
Nel “Trovatore” Azucena esorta Manrico a non esitare nel colpire il Conte di Luna: “Sino all’elsa questa lama vibra immergi nell’empio in cor”. E si potrebbe andare avanti all’infinito nella ricerca di analogie e suggestioni. Ma la storia diventerebbe lunga, lunga…

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