Gazzetta di Modena

In scena “Assassina” indagine surreale sul senso d’identità

di Daniele Montanari
In scena “Assassina” indagine surreale sul senso d’identità

PAVULLO. Finestra surreale nel penultimo appuntamento della stagione teatrale del Mac Mazzieri di Pavullo, curata da Ater. Stasera alle 21 i riflettori si accenderanno su “Assassina”, spettacolo...

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PAVULLO. Finestra surreale nel penultimo appuntamento della stagione teatrale del Mac Mazzieri di Pavullo, curata da Ater. Stasera alle 21 i riflettori si accenderanno su “Assassina”, spettacolo enigmatico fin dal titolo, in cui Enzo Vetrano e Stefano Randisi ripropongono con originalità l'omonima opera del siciliano Franco Scaldati (1943-2013), che il critico teatrale Franco Quadri definì “il Beckett italiano”.
Un gradito ritorno, per loro, che a Scaldati si erano accostati già nel 2012 con il riuscitissimo allestimento di “Totò e Vicè”, diventato anche un film in prossima uscita. Qui da registi e interpreti hanno tratto una riproposizione intensa che, prodotta da Ert, ha debuttato il 10 gennaio scorso al Teatro delle Passioni per poi girare l'Italia con grandi riscontri. Merito anche delle musiche dei fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso (già collaboratori di Emma Dante, Roberto Andò, Marco Martinelli e Anthony Minghella) ma soprattutto di una storia di quelle “che non finiscono”, perché anche a sipario abbassato continuano a far riflettere e interrogare.
Vetrano, cosa vediamo in scena?
«Una vecchina e un omino, che vivono nella stessa casa dove si preparano da mangiare, si lavano, parlano e giocano con i loro animali: la gallina Santina e il topo Beniamino. Alla parete sono appesi i ritratti dei genitori (gli stessi fratelli Mancuso, ndr), che fanno sentire la loro voce con lirici assoli. Ma i due non si conoscono, e quando d'un tratto si scoprono a dormire nello stesso letto, che ognuno ovviamente giura essere il suo, comincia un’infinita sequenza di battibecchi, interrogatori, scambi di identità…».
Dove è ambientato tutto?
«Si direbbe in un bagno domestico, perché c'è la vasca e lì dormono i personaggi. Ma c'è anche un ferro da stiro e una pentola... E poi si vede della terra e dell'erba che entrano... Scaldati aveva immaginato la storia in un bagno pubblico, noi ci siamo ispirati alla foto di quel che rimaneva di un'abitazione devastata dallo tsunami. È un luogo alla fine del mondo, come se dopo una catastrofe fossero rimaste solo due persone sulla terra».
Chi interpretate voi?
«Io sono la vecchina, Randisi l'omino».
Ma chi siete in realtà?
«Beh, qui lasciamo al pubblico la risposta. C'è chi dice che i due sono una proiezione legata all'Alzheimer, chi una stessa persona e noi ne vediamo due... È tutto un discorso sull'identità, sul doppio. Ognuno trova una spiegazione sua per questa non conoscenza tra personaggi che abitano lo stesso luogo».
Ma chi è l'Assassina?
«Scaldati a chi glielo chiedeva rispondeva sempre in maniera diversa: che era la vita, che era l'ombra che ti accompagna, che erano gli animali in scena... Tutti elementi dello spettacolo che si eliminano l'uno con l'altro secondo i poteri di forza».
Una storia surreale, insomma...
«Tutto surreale, ma comprensibile. Rispetto a Beckett, in Scaldati non c'è qualcosa che non capisci. Tutte le cose hanno una logicità, una loro normalità. Ed è anche una storia che fa divertire tanto, non dimentichiamolo».
Com'è stata la risposta del pubblico?
«Incredibile, devo dire. Veniamo a Pavullo dopo che da giovedì a domenica al Teatro Elfo di Milano abbiamo avuto un'accoglienza straordinaria, con un dossier critico meraviglioso. Il Corriere ci ha dato 8 in pagella, e alla fine degli spettacoli c'era gente che gridava “bravi, bravi!” battendo i piedi sul pavimento come fanno in Germania. Siamo rimasti anche un po' sconvolti».
 

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