Il cult di Mary Alcott nell’ironica rilettura di “Piccole gonne”
MODENA. Liberamente tratto (ma si potrebbe forse dire anche manipolato e comicamente reinventato) da un classico per giovinette degli Anni Sessanta, giunge al Teatro Michelangelo, alle 21 di oggi,...
MODENA. Liberamente tratto (ma si potrebbe forse dire anche manipolato e comicamente reinventato) da un classico per giovinette degli Anni Sessanta, giunge al Teatro Michelangelo, alle 21 di oggi, uno spettacolo scritto e diretto da Alessandro Fullin. Si intitola “Piccole gonne”, e si ispira alla celebre opera di Mary Alcott “Piccole donne”.
La Professoressa Tuscolana di Zelig qui interpreta l’“infeltrimento teatrale” del grande classico della letteratura americana, in una rilettura tagliente e ironica di un libro che fu best-seller fino agli anni ‘60. Nel cast figurano anche Tiziana Catalano, Sergio Cavallaro, Simone Faraon e Ivan Fornaro. Essere attuale e non banale, pungente ma non urtante, comico ma non volgare: un’impresa ardita quella portata in scena da Alessandro Fullin.
A testimoniarne la riuscita, il riscontro di pubblico: al terzo anno di repliche ininterrotte, “Piccole Gonne” continua a riempire e a divertire le platee dei maggiori teatri italiani. Il grande classico della letteratura americana rivive nella parodia che fa uso, nella più schietta tradizione elisabettiana, di soli attori uomini.
In un’America a metà tra quella puritana del XIX secolo e quella pop dei nostri giorni si consuma la vicenda di una madre abbandonata (Alessandro Fullin) e delle sue quattro figlie alla disperata ricerca di un marito. Ricerca tutt’altro che facile, considerata la magra dote e visto che le sorelle difettano in grazia e femminilità. Finché un pretendente (Paolo Mazzini) non busserà alla loro porta. Uno spettacolo esilarante, dove l’inconfondibile ironia di Fullin si fonde sorprendentemente con le danze, la musica e le atmosfere patinate.
Fullin, la commedia è una rilettura tagliente ed ironica del famoso romanzo?
«È un libro che leggevano le nostre sorelle maggiori mentre ad un ragazzo di oggi non dice più nulla. La storia è contaminata con il contemporaneo e non è una rilettura fedele del libro».
È l'affresco di un'America pioneristica e puritana del ventesimo secolo?
«Nel salotto spicca la foto di Obama. L'America è sempre stata al centro del nostro immaginario cinematografico; ho preso questa immagine e l'ho riattualizzata. Siamo nella migliore tradizione del teatro elisabettiano visto che sul palco sono tutti uomini, ma c'è anche una sorpresa finale».
La commedia sta facendo il tutto esaurito in molte città.
«La stiamo portando in giro già da tre anni e ci sta dando grandi soddisfazioni, anche perché siamo una compagnia molto felice, e di questi tempi è cosa rara. Lo spettacolo è stato allestito con poche risorse economiche e siamo doppiamente soddisfatti di come sta andando».
Stai portando in giro anche un altro lavoro dal titolo “Divina”.
«È tratto dalla Divina Commedia e sul palco siamo sempre lo stesso gruppo. Il filo conduttore del mio lavoro è prendere testi conosciuti e rielaborarli».
Hai avuto esperienze in radio e televisione ma il teatro resta la tua casa?
«In radio e in televisione si fanno solo spezzoni mentre in teatro è ancora possibile raccontare una storia».
Nicola Calicchio
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