Sibaldi a Pavullo: «Ecco il volto bello dell’integrazione»
Il regista in Appennino suo documentario su uno spettacolo che ha coinvolto bambini di 11 Paesi diversi
PAVULLO. «A forza di film che rivolgono la loro attenzione agli aspetti più macabri, violenti e disperati dell'immigrazione, ci si abitua a considerarla solo con un senso di pietà o di paura. Nessuno finora aveva dedicato un'opera intera ai suoi aspetti positivi e non patetici. Io ci ho provato, e credo che qualcosa di buono sia venuto fuori».
Così il regista e produttore milanese 30enne Davide Sibaldi spiega la genesi de “Il primo meraviglioso spettacolo”, originalissimo documentario con cui domani sera, 29 marzo, alle 21 si chiuderà la rassegna di film d'essai del cinema Mac Mazzieri di Pavullo. Appuntamento molto speciale, perché per l'occasione sarà presente anche l'autore per parlare col pubblico di cosa c'è dietro a un'opera così particolare, che sta girando le sale di tutta Italia suscitando ampia riflessione. Racconta l'emozionante creazione di uno spettacolo teatrale tratto dal libro “Giuseppe e lo Sputafuoco”, scritto e illustrato dallo stesso Sibaldi: fiaba sull'infanzia, sulla ricerca del Bambino Interiore e sui rifugiati, presentata al Salone del Libro di Torino 2016. A portarla in scena, 45 bambini di 8 anni dell'Istituto comprensivo di Ghedi (Brescia), cittadina che custodisce nella base dell'Aeronautica 40 testate nucleari americane. Ma cittadina che è anche specchio dell'immigrazione in Italia, con il 40% di popolazione del centro-nord, un altro 40 del centro sud e il 20 fatto di stranieri. Ed ecco perché a scuola si trovano a partecipare al progetto bimbi provenienti da 11 Paesi diversi. E il risultato è speciale.
Sibaldi, cosa emerge dall'esperienza?
«Il ritratto di un'ottima integrazione: i bambini, ma anche i loro genitori che partecipano con grande coinvolgimento alla preparazione dello spettacolo, sono perfettamente inseriti nel nostro Paese: nessuno di loro vive una situazione di disagio. Spiegano come sono riusciti a integrarsi dal loro arrivo dieci, venti o trent'anni fa, i freni che hanno incontrato e come li hanno superati soprattutto grazie ai loro figli».
Com'è nata l'idea del documentario?
«All'inizio volevo solo preparare un bel filmato da regalare a queste famiglie in ricordo dello spettacolo, con tante telecamere a riprendere. Poi ho pensato di fare anche un corto sulla preparazione. Ma guardando la qualità del materiale mi sono reso conto che poteva diventare film».
E che riscontri esterni ha avuto, su un tema tanto delicato?
«Ho mandato il film ad Amnesty International, con una risposta straordinaria: il patrocinio. Nel 2016/17 lo ha dato solo a questo film e a “Snowden” di Oliver Stone. L'ho inviato anche all'Unicef, che ha deciso di dare il suo sostegno. E trovare un'opera che abbia il supporto di Amnesty e Unicef insieme è cosa rarissima, se non unica».
Qual è la struttura portante del documentario?
«Si viaggia su tre grandi linee narrative: i cartoni animati (18 capitoletti di un minuto) che raccontano la storia del libro da cui è tratto lo spettacolo, il making of dello spettacolo stesso e infine le interviste che formano la parte più corposa: sono 70 veloci e scattanti, fatte a 35 bambini e genitori provenienti da Europa, Asia e Africa».
Quella di Pavullo è la prima proiezione in provincia di Modena?
«Sì, al Mac Mazzieri sono stati i primi a chiedermelo, e sono felice di venire, anche perché uno dei genitori ripresi, un albanese, mi ha raccontato di aver lavorato a Pavullo ed era entusiasta della proiezione lì. Poi nelle prossime settimane dovremmo organizzare qualcosa anche a Modena al Filmstudio 7B».
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