Gazzetta di Modena

VISTI DA MORSIANI 

I fantasmi di Spagna e la vendetta di un killer

di Alberto Morsiani
I fantasmi di Spagna e la vendetta di un killer

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO di Raúl Arévalo. Spagna 2016 Sempre di sopravvivenze, si tratta. Nel film che ha evidentemente ispirato Raúl Arévalo per il suo debutto registico, di cui era...

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LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO di Raúl Arévalo. Spagna 2016
Sempre di sopravvivenze, si tratta. Nel film che ha evidentemente ispirato Raúl Arévalo per il suo debutto registico, di cui era coprotagonista (il più giovane dei due cops), e cioè La isla minima di Alberto Rodriguez, si trattava di un tuffo nella Spagna dell’immediato postfranchismo, dove la nuova libertà doveva confrontarsi con i lacerti di un passato prossimo ingombrante.
Allo stesso modo, in La vendetta di un uomo tranquillo , il passato scomodo e ingombrante ritorna sotto forma di fantasma, il fantasma di una vendetta postuma. Il titolo originale, Tarde para la ira, enfatizza questo aspetto temporale, soprattutto il suo “scarto” , l’assenza di una sincronia tra azione e reazione. C’è ancora un serial killer, ebbene sì. In La isla minima, ammazzava ragazzine. Qui, ammazza uno dopo l’altro quelli che crede siano i responsabili della sua disgrazia, anche quelli che non c’entrano niente (rischiando di lasciar fuori il maggior colpevole).
Il killer, José, è un killer improbabile: fisicamente è un sorcio di città, ha soldi ma frequenta le zone basse della città, si infiltra per obbligo di vendetta in un quartiere popolare, si insinua nella vita (e nel letto) dei suoi abitanti. È una Spagna lontano dalla modernità, dal design e dalla moda celebrate dai film di Almodovar, dalla sua borghesia internazionale e trendy. Una Spagna arcaica come quella di La isla minima, che affiora e sopravvive ancor oggi sotto le macerie del franchismo e sotto le promesse del neocapitalismo minacciate dalla crisi economica arrembante. José diventa così l’Uomo Nero di questo passato (dis)sepolto che insidia il presente di plastica e vetrate e aiuole fiorite, un presente falsamente pacificato. Un popolo che ha conosciuto una spaventosa guerra civile, questa lunga cicatrice che attraversa il paese creando una frattura invisibile ma presente sempre. José ammazza come un robot, anche se appare come un fisicamente impedito. Sotto i suoi colpi cadono buoni e cattivi, burattini nascosti e palesi di un teatrino che replica le sue recite a scadenze fisse. Alla fine, si ritrae, se ne va in auto, lascia in vita solo, come testimone e nuovo portatore sano della cattiva coscienza del film, Curro, l’uomo che uscendo dalla galera ha scatenato e reso possibile il ritorno del rimosso.
Certamente, il finale fa assomigliare un po’ il film a quelli giustizialisti di un filone ricco quasi quanto il cinema. Decine e decine di titoli, ma tra essi ne estraiamo un paio che ci sembrano più prossimi come mood al film di Arévalo. Il primo è Il borghese piccolo piccolo di Monicelli con Sordi. In entrambi i casi, funziona il meccanismo del tizio all’apparenza inoffensivo privo di muscoli e di particolari abilità omicide, che si trasforma improvvisamente in un vendicatore implacabile. In entrambi i casi, non è rimasto al protagonista null’altro da sperare, da desiderare, e il rientro finale nell’esistenza anonima di prima porta con sé un lato ironico e malinconico insieme.
L’altro film è L’angelo della vendetta di Abel Ferrara. Qui, funziona da un lato l’aspetto inquietante e l’humour nero: in entrambi i casi abbiamo un protagonista agli antipodi della figura del vendicatore, un common man e una sartina muta che vuole vendicarsi per gli stupri subiti; dall’altro, l’aspetto sessuofobico. Il protagonista José potrebbe recitare con le parole di Louis-Ferdinand Céline: “Avevo un passato miserabile e mi tornava su come un rutto del destino”.

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