Così Guido Cavani costruì “ Zebio Còtal” romanzo capolavoro
di Michele Fuoco
Lo studioso Fabio Marri: «La sua scrittura non elaborata ha precorso molti autori d’oggi». Il rapporto con Delfini
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“Guido Cavani è destinato - sosteneva nel 1969 il critico Geno Pampaloni - in tempi meno distratti a riemergere per forza della scrittura senza compressi”. E i tempi sono davvero giunti per fare giustizia del valore del poeta e scrittore modenese, di cui ora sono stati pubblicati da Elis Colombini i tre romanzi (Zebio Còtal, Il fiume e Creature) per i 50 dalla morte e i 120 anni dalla nascita? Lo chiediamo a Fabio Marri, docente di linguistica italiana all'Università di Bologna e presidente del Centro di Studi Muratoriani alla Pomposa, che dal 1975 segue con approfondite ricerche l'opera di Cavani, di cui ha conosciuto le due sorelle, Ines e Laura, scomparse nel 1980, che gli hanno donato parte dell'archivio di famiglia.
«Mettiamo a disposizione del pubblico tre romanzi di cui solo il primo, Zebio Còtal, ha avuto - dice Marri - una certa diffusione, una media di pubblicazione ogni 10 anni. Gli due altri due romanzi sono inferiori e sconosciuti a molti, dal momento che "Il fiume" era stato rifiutato da Feltrinelli e pubblicato solo da Cootip nel 1965 con un cattivo lavoro di editing. L'altro romanzo, Creature, era stato finito molto in fretta perché Cavani stava per morire. Nel 1970 veniva pubblicato da Rebellato, solo su dattoloscritti preparati dalle sorelle, in una brutta edizione. Abbiamo, quindi, pensato di proporre i tre romanzi in testi attendibili e fedeli alla volontà dell'autore».
Cavani si sentiva più poeta che scrittore. Pasolini riteneva Zebio Còtal “romanzo ermetico, tutto poetico”. Prosa e poesia si fondono in Cavani?
«È vero. Me ne sono accorto scorrendo anche la corrispondenza tra Cavani e Giorgio Bassani, che nel 1961 curò la stampa presso Feltrinelli. Bassani puntava molto su correzioni che abbassassero il tono lirico. Voleva che il testo fosse neorealistico. Anche Montale, in una recensione non positiva su "Il fiume", intitolata "Il fischio di un merlo", sosteneva nel 1965 che l'ispirazione di base è la lirica».
E il Cavani poeta?
«Le "Liriche campagnole" degli anni '20 si pongono sul modello dei poemetti pascoliani. Il Cavani più famoso è quello dei "Lumi di sera" in cui Pasolini riscontrava un estremo ermetismo fuso con Leopardi. Da elementi della natura il poeta traeva considerazioni morali».
Come storia vera, Zebio Còtal si lega al verismo di Verga?
«Verismo ma anche neorealismo, perché si fa anche il nome di Tozzi. La storia di un contadino che uccise e frustate suo figlio è raccontata in senso realistico, con visioni e squarci naturalistici e lirici che in Verga non ci sono. Come radice c'è pure Manzoni».
Perché la sua scrittura è spesso poco elaborata?
«Cavani confessò che i suoi romanzi si sono scritti da sé. Metteva giù ciò a cui aveva assistito. Non c'era una rielaborazione letteraria. Era un autodidatta, aveva frequentato l'avviamento professionale. Per Zebio Còtal gli diedero una mano gli amici Franco Gollini e Raoul Nardini, per gli altri due romanzi non si fece aiutare da nessuno. La sua è una scrittura non elaborata. Del resto molti scrittori d'oggi scrivono così».
In "Creature" ci sono richiami a Delfini e Guanda. Pare che Cavani non avesse molta stima per Delfini scritttore...
«Penso che non si capissero. Al funerale di Delfini nel 1963 erano presenti, con Cavani e Guanda, tra 15 e 30 persone. Dove erano i critici e letterati che poi cercheranno di magnificarlo? Cavani dice che come scrive Delfini sono capaci tutti, dimostrando una totale incomprensione del modo raffinato di scrivere di Delfini che è stato sopravvalutato dalla critica modenese e da un piccolissimo gruppo di critici italiani. Ma è pur vero che poco prima di morire, Delfini rimprovera a Guanda di non capire niente, perché "Cavani è invecchiato ad impacchettare nella tua casa editrice e adesso viene stampato da Feltrinelli"».
Perché post mortem, tanto interesse per a Delfini e poco per Cavani?
«L'attenzione di Einaudi di pubblicare l'opera di Delfini si è risolto in pochi scritti. Ad elogiare Delfini sono quei cinque o sei che detengono il monopolio delle recensioni tra Modena, Reggio Emilia e qualche propaggine a Milano. Si esaltano e mettono Delfini come loro padre. Certamente Delfini sapeva scrive e non tutto è oro... Inoltre c'è una certa simpatia di parte politica verso Delfini che diceva che "via Emilia divide Modena in due parti: quella nord è socialista progressista, e quella sud è agraria, cattolica... Delfini apparteneva al Nord e Cavani al Sud. Non a caso Delfini veniva da Cavezzo. Cavani da Serramazzoni...».
«Mettiamo a disposizione del pubblico tre romanzi di cui solo il primo, Zebio Còtal, ha avuto - dice Marri - una certa diffusione, una media di pubblicazione ogni 10 anni. Gli due altri due romanzi sono inferiori e sconosciuti a molti, dal momento che "Il fiume" era stato rifiutato da Feltrinelli e pubblicato solo da Cootip nel 1965 con un cattivo lavoro di editing. L'altro romanzo, Creature, era stato finito molto in fretta perché Cavani stava per morire. Nel 1970 veniva pubblicato da Rebellato, solo su dattoloscritti preparati dalle sorelle, in una brutta edizione. Abbiamo, quindi, pensato di proporre i tre romanzi in testi attendibili e fedeli alla volontà dell'autore».
Cavani si sentiva più poeta che scrittore. Pasolini riteneva Zebio Còtal “romanzo ermetico, tutto poetico”. Prosa e poesia si fondono in Cavani?
«È vero. Me ne sono accorto scorrendo anche la corrispondenza tra Cavani e Giorgio Bassani, che nel 1961 curò la stampa presso Feltrinelli. Bassani puntava molto su correzioni che abbassassero il tono lirico. Voleva che il testo fosse neorealistico. Anche Montale, in una recensione non positiva su "Il fiume", intitolata "Il fischio di un merlo", sosteneva nel 1965 che l'ispirazione di base è la lirica».
E il Cavani poeta?
«Le "Liriche campagnole" degli anni '20 si pongono sul modello dei poemetti pascoliani. Il Cavani più famoso è quello dei "Lumi di sera" in cui Pasolini riscontrava un estremo ermetismo fuso con Leopardi. Da elementi della natura il poeta traeva considerazioni morali».
Come storia vera, Zebio Còtal si lega al verismo di Verga?
«Verismo ma anche neorealismo, perché si fa anche il nome di Tozzi. La storia di un contadino che uccise e frustate suo figlio è raccontata in senso realistico, con visioni e squarci naturalistici e lirici che in Verga non ci sono. Come radice c'è pure Manzoni».
Perché la sua scrittura è spesso poco elaborata?
«Cavani confessò che i suoi romanzi si sono scritti da sé. Metteva giù ciò a cui aveva assistito. Non c'era una rielaborazione letteraria. Era un autodidatta, aveva frequentato l'avviamento professionale. Per Zebio Còtal gli diedero una mano gli amici Franco Gollini e Raoul Nardini, per gli altri due romanzi non si fece aiutare da nessuno. La sua è una scrittura non elaborata. Del resto molti scrittori d'oggi scrivono così».
In "Creature" ci sono richiami a Delfini e Guanda. Pare che Cavani non avesse molta stima per Delfini scritttore...
«Penso che non si capissero. Al funerale di Delfini nel 1963 erano presenti, con Cavani e Guanda, tra 15 e 30 persone. Dove erano i critici e letterati che poi cercheranno di magnificarlo? Cavani dice che come scrive Delfini sono capaci tutti, dimostrando una totale incomprensione del modo raffinato di scrivere di Delfini che è stato sopravvalutato dalla critica modenese e da un piccolissimo gruppo di critici italiani. Ma è pur vero che poco prima di morire, Delfini rimprovera a Guanda di non capire niente, perché "Cavani è invecchiato ad impacchettare nella tua casa editrice e adesso viene stampato da Feltrinelli"».
Perché post mortem, tanto interesse per a Delfini e poco per Cavani?
«L'attenzione di Einaudi di pubblicare l'opera di Delfini si è risolto in pochi scritti. Ad elogiare Delfini sono quei cinque o sei che detengono il monopolio delle recensioni tra Modena, Reggio Emilia e qualche propaggine a Milano. Si esaltano e mettono Delfini come loro padre. Certamente Delfini sapeva scrive e non tutto è oro... Inoltre c'è una certa simpatia di parte politica verso Delfini che diceva che "via Emilia divide Modena in due parti: quella nord è socialista progressista, e quella sud è agraria, cattolica... Delfini apparteneva al Nord e Cavani al Sud. Non a caso Delfini veniva da Cavezzo. Cavani da Serramazzoni...».
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