Lungo il “Parallelo” di Chiesi La seconda pelle della realtà
di Arianna De Micheli
Alla Otto Gallery di Bologna mostra dell’artista modenese curata da Luca Panaro Rigore, talento, eleganza: vernice con Giovanni Lindo Ferretti, amico di una vita
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BOLOGNA. La sua è un’eleganza didascalica, essenziale. Non ha bisogno di cravatte. Il nero che da sempre indossa, come una seconda pelle, su di lui assume le sembianze di quel “terzo colore” che, livida cifra stilistica del suo lavoro, è garanzia di giusta distanza da ciò che viene percepito come reale.
Qui la verità è riproposta in chiave incantevole. Del luogo primitivo resiste tenace l’eco. Di quel ragazzo della Modena delle retrovie, punk e underground, rimane l’attitudine alla libertà sottolineata da un non-colore.
Conoscere Andrea Chiesi, sia dal punto di vista umano sia sul piano professionale, equivale a varcare un uscio. Quindi un altro. E un altro ancora. Per poi ritrovarsi in una dimensione parallela sentita con gli occhi e vissuta con l’anima.
Succede lo scorso 21 aprile in una Bologna rapita da una luce miracolosa, bottino di un furto messo a segno un istante prima del tramonto. Accadrà tutti i giorni sino al 20 giugno al civico 55 di via Massimo D’Azeglio, alias Otto Gallery. Ossia finché la mostra firmata dal pittore modenese (artista è termine in cui non si riconosce) non migrerà nell’altrove custodito da chiunque è memore di bellezza. Dipinti a olio su lino, disegni a inchiostro e pennarello su carta. “Parallelo” a cura di Luca Panaro. Un nome di battesimo che è manifesto di una precisa volontà: non cedere alle lusinghe di una compiaciuta compilazione antologica.
Parallelo è il dialogo senza barriere tra prima e dopo, tra un passato che continua ad essere presente e un presente che non rinnega il passato. Tanto che le figure sotterranee di Chiesi, uscite all’alba di un nuovo giorno dai taccuini degli esordi (sono passati trent’anni) con un’intensa carica erotica eppure impalpabile, sembrano abitare le opere recenti, spazi deserti sospesi in un gioco di luci e ombre. Un gioco notturno? Forse diurno?
Al pari degli antichi “colleghi” Chiesi nei suoi dipinti lascia cadere, quasi fossero minuscole briciole di pane utili a ritrovare la strada, sottili “rebus” che solo l’occhio più attento riesce a cogliere. Ma seppur disseminati di indizi gli interni, stanze strappate all’incuria e resuscitate dalla pittura in un magnifico, silente abbandono che le consegna ad un’altera eternità, sembrano galleggiare in uno scorcio temporale indefinibile e indefinito.
Lo stesso dicasi in merito all’inchiostro di due metri e quaranta per tre, risultato tangibile di una “vecchia” esplorazione. È infatti la metà degli anni Novanta quando Chiesi rende omaggio al sangue operaio modenese. Simbolo gettato alle ortiche le ex Fonderie Riunite esercitano sul pittore un fascino magnetico. Lo chiamano senza tregua. E lui di recente lì ritorna, pronto a concretizzare una nuova ispirazione. Ritorna anche Giovanni Lindo Ferretti fondatore dei CCCP Fedeli alla linea, gruppo punk dall’aura leggendaria, che con Andrea ha condiviso chilometri di vita. Pure lui non se ne è mai andato. “Giovanni sta scrivendo un testo che sarà pubblicato sul mio prossimo catalogo”. Un’anticipazione dunque. Ci si aspetta che canti ma non può. Un malanno di stagione, che poi è buono per tutte le stagioni, ha preso in prestito la sua voce. Poco importa. Possono starsene zitti, o quasi, Andrea e Giovanni. È il talento a parlare ancora una volta in vece loro.
Talento: tanto. Rigore: altrettanto. Genio e sregolatezza è un seducente pregiudizio quanto mai inopportuno. Per Chiesi, che usa la macchina fotografica così come Jan Vermeer utilizzava la camera oscura per definire la posizione degli oggetti e le peculiarità dei volti, la pittura è in primis lavoro draconiano. Una coerenza che si traduce in pura magia. “Lo spazio espositivo, la scelta e la disposizione delle tele, offrono allo sguardo, nella fissità senza tempo, il tumultuoso mutare del mondo intorno. Lo fanno con rigore, la quotidiana disciplina di un’arte che si nutre di capacità e totale dedizione. Se ne esce in silenzio, con gli occhi bassi, come da un luogo di meditazione, di preghiera. Grazie”. Firmato Giovanni Lindo Ferretti. Pensiero del giorno dopo.
Qui la verità è riproposta in chiave incantevole. Del luogo primitivo resiste tenace l’eco. Di quel ragazzo della Modena delle retrovie, punk e underground, rimane l’attitudine alla libertà sottolineata da un non-colore.
Conoscere Andrea Chiesi, sia dal punto di vista umano sia sul piano professionale, equivale a varcare un uscio. Quindi un altro. E un altro ancora. Per poi ritrovarsi in una dimensione parallela sentita con gli occhi e vissuta con l’anima.
Succede lo scorso 21 aprile in una Bologna rapita da una luce miracolosa, bottino di un furto messo a segno un istante prima del tramonto. Accadrà tutti i giorni sino al 20 giugno al civico 55 di via Massimo D’Azeglio, alias Otto Gallery. Ossia finché la mostra firmata dal pittore modenese (artista è termine in cui non si riconosce) non migrerà nell’altrove custodito da chiunque è memore di bellezza. Dipinti a olio su lino, disegni a inchiostro e pennarello su carta. “Parallelo” a cura di Luca Panaro. Un nome di battesimo che è manifesto di una precisa volontà: non cedere alle lusinghe di una compiaciuta compilazione antologica.
Parallelo è il dialogo senza barriere tra prima e dopo, tra un passato che continua ad essere presente e un presente che non rinnega il passato. Tanto che le figure sotterranee di Chiesi, uscite all’alba di un nuovo giorno dai taccuini degli esordi (sono passati trent’anni) con un’intensa carica erotica eppure impalpabile, sembrano abitare le opere recenti, spazi deserti sospesi in un gioco di luci e ombre. Un gioco notturno? Forse diurno?
Al pari degli antichi “colleghi” Chiesi nei suoi dipinti lascia cadere, quasi fossero minuscole briciole di pane utili a ritrovare la strada, sottili “rebus” che solo l’occhio più attento riesce a cogliere. Ma seppur disseminati di indizi gli interni, stanze strappate all’incuria e resuscitate dalla pittura in un magnifico, silente abbandono che le consegna ad un’altera eternità, sembrano galleggiare in uno scorcio temporale indefinibile e indefinito.
Lo stesso dicasi in merito all’inchiostro di due metri e quaranta per tre, risultato tangibile di una “vecchia” esplorazione. È infatti la metà degli anni Novanta quando Chiesi rende omaggio al sangue operaio modenese. Simbolo gettato alle ortiche le ex Fonderie Riunite esercitano sul pittore un fascino magnetico. Lo chiamano senza tregua. E lui di recente lì ritorna, pronto a concretizzare una nuova ispirazione. Ritorna anche Giovanni Lindo Ferretti fondatore dei CCCP Fedeli alla linea, gruppo punk dall’aura leggendaria, che con Andrea ha condiviso chilometri di vita. Pure lui non se ne è mai andato. “Giovanni sta scrivendo un testo che sarà pubblicato sul mio prossimo catalogo”. Un’anticipazione dunque. Ci si aspetta che canti ma non può. Un malanno di stagione, che poi è buono per tutte le stagioni, ha preso in prestito la sua voce. Poco importa. Possono starsene zitti, o quasi, Andrea e Giovanni. È il talento a parlare ancora una volta in vece loro.
Talento: tanto. Rigore: altrettanto. Genio e sregolatezza è un seducente pregiudizio quanto mai inopportuno. Per Chiesi, che usa la macchina fotografica così come Jan Vermeer utilizzava la camera oscura per definire la posizione degli oggetti e le peculiarità dei volti, la pittura è in primis lavoro draconiano. Una coerenza che si traduce in pura magia. “Lo spazio espositivo, la scelta e la disposizione delle tele, offrono allo sguardo, nella fissità senza tempo, il tumultuoso mutare del mondo intorno. Lo fanno con rigore, la quotidiana disciplina di un’arte che si nutre di capacità e totale dedizione. Se ne esce in silenzio, con gli occhi bassi, come da un luogo di meditazione, di preghiera. Grazie”. Firmato Giovanni Lindo Ferretti. Pensiero del giorno dopo.
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