Modena, “Sleep Technique”: pitture preistoriche come ispirazione
MODENA . Spettacolo inusuale, oggi e domani alle 21, al Teatro delle Passioni con "Sleep Technique" del collettivo cesenate "Dewey Dell" che porta sulla scena, dal 2007, il lavoro di Teodora,...
MODENA . Spettacolo inusuale, oggi e domani alle 21, al Teatro delle Passioni con "Sleep Technique" del collettivo cesenate "Dewey Dell" che porta sulla scena, dal 2007, il lavoro di Teodora, Demetrio, Agata Castellucci e Eugenia Resta.
Una performance che, ispirata alle pitture preistoriche della grotta di Chauvet Pont d’Arc, in Francia, «nasce dal desiderio - afferma la coreografa Teodora Castellucci - di voler comunicare con ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato all’interno delle grotte, nel cuore delle montagne. In particolare alle pitture nella grotta francese, scoperta nel 1994 e fino ad allora sigillata da una frana».
« Le tracce - aggiunge - sono così fresche da far credere che un incontro con gli antenati, di 36mila anni fa, sia possibile. Le pitture sulle pareti rocciose sono di una bellezza travolgente, fanno pensare a come non esista una reale evoluzione nell’arte. "Sleep Technique" è una sorta di risposta, un riflesso di quella caverna».
In che modo le immagini di un passato remoto si pongono in relazione con la performance che coniuga danza, musica e archeologia?
«Davanti alle pitture preistoriche, si innesca una relazione del tutto nuova. Forse per la prima volta riusciamo, in modo spontaneo, a darci all’immagine anziché impossessarcene con postulati e assiomi. Durante il processo creativo di questo spettacolo abbiamo cercato di rimanere del tutto vulnerabili alle immagini della grotta, perché fossero loro a plasmare noi anziché tentare di rendere accessibile il mistero della loro inspiegabile presenza e potenza. Abbiamo provato a rendere reale ciò che le pitture ci trasmettevano».
Su cosa avete puntato per coinvolgere emotivamente lo spettatore?
«Di fronte all'arte preistorica è difficile non commuoversi. E ciò che abbiano provato quando con l’archeologa Dominique Baffier, responsabile della caverna Chauvet per 15 anni, abbiamo visitato la caverna di Arcy sur Cure, in Francia. In quella grotta, non appena notammo la forma di una mano color ocra sulla roccia, ci siamo sentiti pervasi da una corrente di emozioni molto forti. A dir il vero non abbiamo fatto nulla per cercare di commuovere lo spettatore, sono le immagini ad aver mosso noi e dunque a coinvolgere emotivamente, attraverso lo spettacolo, le persone in platea. Lo spettatore non dovrebbe fare nulla per poter guardare lo spettacolo. Abbiamo aggiunto il sottotitolo Sleep Technique - Una risposta alla caverna Chauvet Pont d’Arc proprio per lasciare lo spettatore completamente libero dal ‘doversi informare’. Nel titolo vi è tutto quello che è importante sapere prima di sedersi in platea».
A cosa mira la scenografia?
«La scenografia vorrebbe tentare di riprodurre dei fattori morfologici delle grotte senza per questo ricostruire la caverna in modo naturalistico. All’interno delle caverna è fondamentale avere sempre in mente dove si trova l'uscita. Per questo abbiamo scelto un unico ingresso che costringe tutti ad abbassarsi, a strisciare a terra. Il pavimento inoltre ripresenta un’ostilità tipica di quelli rocciosi, sui quali molto spesso è difficile camminare».
Perché Sleep Technique?
«La caverna fu un luogo determinante per lo sviluppo dell’arte. Permette una fuga dalla realtà e dal pericolo; consente un sonno più tranquillo e dunque di sognare, di ricordare i sogni e immaginare cose mai accadute. Non offre cibo o calore, ma riparo e oscurità in cui dar forma a ciò che deve essere sottratto al reale. Proprio come nel teatro, dove il buio iniziale ci permette di poter creare da capo».
Quali riflessioni porta questo spettacolo?
«Una è la visione della grotta come utero. A quel tempo non si possedeva una spiegazione scientifica e biologica che includesse l’uomo alla forza generatrice di vita propria dell’essere femminile, il cui corpo veniva considerato partenogenetico. Marija Gimbutas fu la prima studiosa ad associare le grotte dipinte al sesso femminile e dunque le pitture al loro interno come un tentativo di riprodurre la vita».
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