La modernità è festa del colore
di Michele Fuoco
Alla Galleria Annovi le opere con nastrini di velluto e altri materiali di Mimmo Iacopino
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SASSUOLO. Una totale rottura con la pittura. Di dipinto c'è, nella mostra di Mimmo Iacopino, a cura di Francesca Baboni, alla Galleria Annovi, in via Radici in Piano 127, solo l'opera “sottopittura”, con i colori acrilici su tela che faticano ad emergere, perché imprigionati da nastrini di velluto. Esemplare è questa opera che vuole indicare il nuovo orientamento di linguaggio, di elevazione anche estetica, del milanese che fonda il suo lavoro su impegnativi esiti formali, su una diversa strategia di composizione senza pennello, quasi a decretare l'inattualità della rappresentazione pittorica. Su una parete prende vita una installazione, con una colonna centrale, come grande madre, che pare generare elementi fluttuanti (metri per sarti) che, in un moto di danza, stabiliscono relazioni per misurare possibilità di nuove forme di esistenza. L'installazione, dal titolo “fecondazione numerata”, sostiene, in un gioco di innesti, un'energia interna che si espande e si moltiplica in tanti “segni” di multiforme germinazione. Tutta l'opera dell'artista riesce a mantenere un prolungamento di memorie, nella meticolosità della composizione che acquista una polifonia cromatica attraverso vari materiali (nastrini di velluto, raso, metri da sarto e da banco, righelli, spolette di filo, lurex, polyestere, ritagli di spartiti musicali), capaci di farsi portatori di esperienze anche personali. È quanto accade nel dittico “You should be dancing”, con richiami alle pedane di discoteche, frequentate dall'artista negli anni '70, che sprigionavano uno sfavillante gioco di luci e colori. L'opera esalta nelle accensioni cromatiche un ritmo vitale e festoso, una sazietà di forme di struttura astratto-geometrica. L'esperienza di vita si trama di relazioni con l'esperienza culturale in “stringhe slacciate” che, costruite con lacci per scarpe su tela, offrono l'idea di maschere tribali. Con un accorto linguaggio di tessiture dinamiche, Iacopino riflette, con ironia e leggerezza, sul “Made in Italy” che impone una domanda sulla sua autenticità, in considerazione del fatto che in un capo di abbigliamento, in un oggetto, al tempo della globalizzazione, c'è ben poco di “realizzato in casa nostra”. L'immagine viene sempre ponderata e dosata in tutti i particolari, affermandosi nel valore progettuale, nella disciplina e carattere di senso, con rimandi a procedimenti fotografici legati alla formazione di Iacopino, allievo di Studio Azzurro, dal 1978 al 1985. L'orientamento creativo è proprio delle sperimentazioni del nostro tempo. Sue opere sono nella collezione Panza di Biumo.
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