Gazzetta di Modena

Joachim Silue alla Biennale di Venezia 

di Michele Fuoco
Joachim Silue alla Biennale di Venezia 

L’artista ivoriano, da vent’anni a Modena, presenterà alla quattro grandi opere

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MODENA . Joachim Silue è ivoriano di nascita. Ha 44 anni. A 18 anni era già in Italia, a Napoli. Dal 1996 è a Modena, dove si è diplomato geometra all'Istituto Guarini e ora lavora al Museo Civico, impegnato nella didattica: visite guidate e laboratori per bambini.
Nel suo paese aveva conseguito la maturità scientifica e a Bologna ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti. Ha svolto diversi mestieri, compreso quello di metalmecccanico, ma l'arte è stata sempre la passione, praticandola con maggiore intensità negli ultimi 15 anni, durante i quali ha partecipato, talvolta con maestri di area poverista e concettuale (Zorio, Calzolari, Icaro, Kosuth, Gastini, Patterson...), alla Triennale di Milano, Art First di Bologna, Museo Civico di Modena, Palazzo Ducale di Pavullo, Museo "Il Correggio", Parigi e Monaco di Baviera.
Da domani al 26 novembre Silue sarà alla Biennale di Venezia per essere stato invitato, con altri quattro artisti, dalla Costa d'Avorio che occuperà gli spazi di Palazzo Dolfin-Gabrielli, a Dorsoduro 3593. Gli è stato riservato uno spazio di oltre 100 metri quadrati per accogliere il lavoro che egli ha preparato appositamente per la prestigiosa esposizione internazionale. Le sue opere si sostanziano di materiali di riciclo (terre, chiodi, lamiere, metalli arrugginiti, fili di ferro, legni vecchi, tessuti, pigmenti, vetri, scarpe, pigmenti neri). «La base - dice l'artista - è costituita da tele o cartoni pressati. L'opera viene preparata come una sorta di rituale, con intelaiatura e piano d'immagine, dove i materiali poveri, depositari del nostro vissuto, vengono messi al centro dell'attenzione, per poi concretizzare l'idea in tempi brevi, non escludendo l'impiego di pennarelli».
Quattro le opere, di grandi dimensioni, che Silue espone a Venezia. Un trittico (3X6 metri), dal titolo "Nella piccola testa c'è una visione piccola", rappresenta, sotto le forme di pettini (ci sono pure frammenti di specchio), il narcisimo dell'uomo. «Il pettine, che è una mia cifra stilistica, è il segno della vanità, dell'autocompiacimento che non ci permette di considerare gli altri, e persino di non concentrarci sul senso della nostra vita, fino a quando non ci accorgiamo di vivere in uno stato di isolamento e di esserci incamminati verso un processo di nullificazione».
Lo stesso motivo reca l'opera, di 3,20x2 metri, raffigurante un pettine consunto per interpretare la competizione, la vanagloria. Il secondo grande trittico (stesse dimensioni del primo) porta, nel titolo "Alt!", la presenza di figure in legno, intese come immagini di profughi, minacciati da un fucile e da filo spinato, come simboli di violenza, di coercizione, di limite della libertà dell'uomo. Pur presentandosi come natura morta, la quarta opera, di oltre tre metri di altezza, si offre non alla contemplazione ma alla riflessione sul terrore della guerra. Un fucile, quattro pallottole vogliono mirare ad "una sicurezza totale". Si afferma in questo lavoro la presenza di sandali per richiamare la consumazione delle cose nell'inquietante, assurdo cammino dell'a vita. «La natura morta - spiega l'autore - è in fase di decomposizione. Non c'è bellezza ma bruttezza, per il senso di tragiche esperienze individuali e collettive che essa reca. L'invito è quello di avere più attenzione per il povero, una maggiore considerazione verso l'essere vivente». Tutte le opere di Silue sembrano cogliere la realtà nella sua dimensione più brutale e avvilente, dando vita a un messaggio di un preciso impegno umano e civile, allargando, con fili di ferro, il racconto oltre lo spazio della cornice.

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