Modena, analisi della coppia con "Duet"
Nella terza giornata di Trasparenze Festival, va in scena questa sera alle 21, presso il Teatro dei Segni, lo spettacolo “Duet - Quanti siamo davvero quando siamo noi due?”
MODENA. Nella terza giornata di Trasparenze Festival, va in scena questa sera alle 21, presso il Teatro dei Segni, lo spettacolo “Duet - Quanti siamo davvero quando siamo noi due?”.
Ideato da Dante Antonelli assieme al collettivo Schlab, lo spettacolo è l'ultima realizzazione di tre perfomance dedicate ciascuna a un'opera del drammaturgo austriaco Werner Schwab. In scena Valentina Beotti e Enrico Roccaforte, ambiente sonoro Samuele Cestola, ambiente scenico Francesco Tasselli; Duet è l'adattamento e la riscrittura del dramma “Sovrappeso, Insignificante: Informe”, un lavoro sulla molteplicità degli stati dell'essere in una coppia. Da qui il sottotitolo: “Quanti siamo veramente quando siamo noi due?”. Lo spettacolo è prodotto dall'associazione Malatesta con il patrocinio del Forum Austriaco di Cultura in Italia. Ne parliamo con Dante Antonelli, regista e ideatore dello spettacolo.
Dante, partiamo dal sottotitolo dello spettacolo. Come ci è arrivato?
«A questo sottotitolo ci sono arrivato dopo un lungo lavoro, ed è forse il lavoro su cui ho cambiato più volte idea in merito alla forma definitiva. Alla fine sono arrivato a questa perché unisce più cose insieme. Da una parte c'è un ragionamento sull'umano, sui molteplici stati dell'essere, sia quando siamo da soli con noi stessi, ma soprattutto quando siamo in coppia, perché si incontrano tutti i me con tutti i te, per cui la molteplicità del sè aumenta esponenzialmente. Dall'altro lato c'è il lavoro di riscrittura radicale con una manipolazione del numero dei personaggi».
Quali modifiche ha fatto rispetto al testo di Schwab?
«Nella mia riscrittura ho voluto portare in scena soltanto una coppia laddove nel testo originale è una scrittura e un dramma borghese dove ci sono quattro coppie, con quattro caratteristiche completamente differenti, gradini sociali differenti, legami differenti. Invece il mio desiderio è stato quello di focalizzarmi sul nucleo della coppia. Allo stesso tempo, però, la drammaturgia respira quelle quattro coppie dell'originale».
Cosa le piace in Schwab?
«È stato un amore molto giovane, poi l'ho ritrovato dieci anni dopo quando ho pensato di fare dei laboratori utilizzando la sua drammaturgia come uno strumento per incontrare altri artisti e fare pedagogia. Mentre da un punto di vista formale, ora posso dire, che il suo modo di scrivere teatro lo trovo molto radicato e un po' morto dentro agli anni '90, dentro a strutture da dramma borghese, con la distinzione in atti, nei personaggi e nelle caratterizzazioni, e dunque me ne sono allontanato definitivamente, da un punto di vista contenutistico, invece, lo trovavo una materiale fantastico su cui lavorare perché è un provocatore, un pensatore radicale, fuori dal coro».
La messa in scena?
«L'allestimento è un allestimento nudo, perché l'idea di una scenografia non è per niente congeniale a quello che cercavo di sviluppare. È un lavoro di drammaturgia e attori con un disegno luci e una drammaturgia musicale. Valentina ed Enrico hanno sviluppato questo lavoro assieme a me, creando la loro performance attoriale insieme sul palco. Sammuele non ha composto le musiche separatamente dallo spettacolo ma mentre lo spettacolo nasceva, cambiandole e modificandole giorno per giorno, così come Francesco ha voluto un disegno luci che non è: “illumino gli attori”, ma è: “racconto con la luce”».
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