Gazzetta di Modena

Modena. “Acqua di colonia”, un’analisi su integrazione e colonialismo

di Chiara Bazzani
Modena. “Acqua di colonia”, un’analisi  su integrazione e colonialismo

Prosegue la rassegna Trasparenze con lo spettacolo “Acqua di Colonia” di Frosini/Timpano, questa sera alle 21 al Teatro dei Segni. Un lavoro che guarda al problema dell'immigrazione, al...

2 MINUTI DI LETTURA





MODENA. Prosegue la rassegna Trasparenze con lo spettacolo “Acqua di Colonia” di Frosini/Timpano, questa sera alle 21 al Teatro dei Segni. Un lavoro che guarda al problema dell'immigrazione, al rapporto con l'altro, partendo da un'originale riflessione sul colonialismo italiano. L'assunto è che dietro ad un certo tipo di stereotipi culturali negativi e atteggiamenti discriminatori contro gli africani, o in generale contro gli stranieri, ci sia un immaginario collettivo che affonda in quella pagina della storia italiana che è stato il colonialismo prima e durante il fascismo. Lo spettacolo, prodotto da Accademia degli Artefatti e Kataklisma teatro, è ideato scritto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano.
In che modo il colonialismo italiano in Africa continua a vivere nel presente secondo voi?
Elvira: «Ancora oggi rimane in un pensiero che è anche precedente alla storia coloniale italiana, perché il colonialismo è nato secoli prima. C'è tutto un sistema di pensiero che rimane nel nostro linguaggio, nei modi di dire, nel nostro sguardo, e ancora oggi l'Africa è considerata un paese di selvaggi e un posto dove proiettare noi, il nostro turismo o le nostre imprese».
Perché “acqua di colonia”? Questo titolo a cosa fa riferimento?
Daniele: «Il titolo è un gioco di parole su più livelli. La colonia del titolo è la colonia delle colonie italiane e l'acqua è quella del mare che ci separa dall'Africa, ma è anche l'acqua passata, intesa come qualcosa che non ci interessa più; poi c'è anche l'idea del profumo che ti rimane addosso in modo persistente, infine c'è l'idea di lavarsi le mani nell'acqua di colonia».
Parliamo della drammaturgia, come è costruito questo spettacolo?
Elvira e Daniele: «In scena siamo noi due. Lo spettacolo è diviso in due parti ma senza intervallo. A Modena faremo solo la prima parte, che abbiamo spesso portato in giro da sola perché è autoconclusiva. Prevediamo un ospite in scena, una persona nera, possibilmente donna perché ci sono molte simbologie legate alla donna e all'Africa. Quest'ospite in scena non è un attore, è semplicemente uno spettatore, però sta in una posizione particolare: seduto su una piccola sedia, non parla e non si muove e sta lì per tutta questa prima parte. Noi in scena lo ignoriamo deliberatamente, parliamo di lui/lei, con riferimenti a stereotipi razzisti di vario genere, senza mai dargli la parola. L'impatto è molto forte, e il senso è denunciare proprio quello che accade, cioè il fatto che non vediamo realmente l'altro, lo giudichiamo solamente a partire dal nostro punto di vista».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google