Modena, Jedlowski e la città dei “passanti” «Noi, anonimi nelle metropoli»
Questa sera penultimo appuntamento con il ciclo di incontri “Ascolto il tuo cuore, città” a cura di Claudia Baracchi, docente di Filosofia Morale all’Università di Milano-Bicocca. Sarà Paolo...
MODENA. Questa sera penultimo appuntamento con il ciclo di incontri “Ascolto il tuo cuore, città” a cura di Claudia Baracchi, docente di Filosofia Morale all’Università di Milano-Bicocca. Sarà Paolo Jedlowski, ordinario di Sociologia all’Università della Calabria, a condurre l'incontro con una conferenza dal titolo: “La città e i suoi passanti”. Jedlowski indagherà il tema della città, affiancato, nelle letture, dagli allievi della scuola di teatro Iolanda Gazzerro. L'appuntamento è alle 21 in via Selmi 69, nelle aule del complesso San Paolo, sede della Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro, aperto per l'occasione alla città.
Professor Jedlovski, chi sono i "passanti" che cita nel titolo?
«La folla. Tutte le città hanno un elemento che le accomuna è la folla, cioè il fatto che ci riuniamo e ci muoviamo in prossimità con un'infinità di altri anonimi che non sappiamo chi sono. I passanti sono tutti, anche noi stessi, il che è un pensiero imbarazzante alla fine».
Perché imbarazzante?
«Perchè rende anche noi stessi anonimi, e ci rende un granello di sabbia. Questo è imbarazzante perché per altri versi l'epoca moderna è molto carica del senso della nostra individualità e unicità. Noi viviamo tra infiniti altri "unici", tra infiniti altri individui».
Secondo lei vale per tutti o solo per l'occidente e per le culture maggiormente individualistiche?
«No, è generale nel senso che sono le dimensioni a contare in questa visione. In realtà questo discorso lo elabora un grandissimo sociologo all'inizio del '900 che è Georg Simmel, che parla della metropoli. È un tipo di pensiero che compare quando le dimensioni della città sfondano il limite di qualunque personalizzazione degli altri. Questo avviene dovunque, perché in realtà è anonimo sia l'io che il noi dentro la metropoli. Non si salva nessuna possibilità di senso di comunità, perché la spersonalizzazione è completa».
Si può allora costruire una comunità?
«Sì, è possibile, però in questo strano contesto di anonimato reciproco; questo peraltro è anche una grandissima educazione perché in fondo vivere fra estranei vuol dire anche abituarsi a darsi certe regole. La convivenza fra estranei è in realtà uno dei portati della civiltà moderna e bisogna impararla ed è molto preziosa».
La città però ha una sua identità?
«Sì, pensi solo alla differenza delle città che hanno il mare e quello che non hanno il mare. Nella parte finale della conferenza vorrei parlare di quanto una città segni l'individuo, per quanto oggi viviamo le nostre vite, molto spesso, in tante città. Però è un po' come il primo amore, che non si scorda mai, c'è una città che non si scorda mai, che ti entra dentro e da un po' la forma del pensiero spaziale».
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