Fois: «La letteratura è come una casa, accogliente se tutto è al suo posto»
CARPI. Nell'ambito dei salotti letterari “a cielo aperto”, oggi alle 15.30 nel cortile di Levante della biblioteca Loria, Marcello Fois dialogherà con i lettori nell’incontro dal titolo “Paesaggi...
3 MINUTI DI LETTURA
CARPI. Nell'ambito dei salotti letterari “a cielo aperto”, oggi alle 15.30 nel cortile di Levante della biblioteca Loria, Marcello Fois dialogherà con i lettori nell’incontro dal titolo “Paesaggi umani”. Nato a Nuoro nel 1960, Fois vive a Bologna da anni. Laureato in Italianistica, è autore prolifico, non solo in ambito letterario, ma anche teatrale, radiofonico e televisivo. Dopo la trilogia Chironi, l'ultimo romanzo che l'autore ha dato alle stampe è “Del dirsi addio”, noir ambientato tra Bologna e Bolzano.
Lei è sardo, ma vive a Bologna. In che modo la sua terra d’origine è entrata nei libri?
«La Sardegna, Nuoro, sono una specie di feticcio. Iniziai a parlarne perché era il posto che conoscevo meglio in assoluto, con cui avevo più affinità e che mi consentiva di scrivere con maggiore disinvoltura anche di altri mondi sempre partendo, però, da qualcosa di familiare. Poi, nel tempo, è diventata un luogo del senso, della grammatica stessa e non mi sono nemmeno più tanto posto il problema teorico del luogo».
Anche la lingua, il dialetto, sono essi stessi luoghi e lo identificano.
«La letteratura è un grande appartamento dove ogni elemento deve stare al suo posto affinché la casa sia accogliente e fruibile. La lingua, dunque, rappresenta una delle funzioni che una casa possiede, anche di accoglienza: il nostro Paese ha varie lingue le quali producono molti dialetti che, a loro volta, creano una specie di zona dove le comunicazioni sono multiple: in questo senso, ho usato il sardo».
Il luogo dove abita da anni è la scrittura: quando ha iniziato?
«Dirlo con precisione è più complicato di quanto sembri. Direi, in maniera sistematica, intorno ai 14 anni e questo deriva dal fatto che sono stato un lettore feroce, compulsivo: volevo diventare scrittore perché mi piaceva la reazione che gli autori producevano in me - ansia, gioia, aspettativa - e anche io volevo creare quella meraviglia. Certo, ho iniziato in maniera molto goffa: il mio primo romanzo è, forse, precedente ai 14 anni - si intitolava “L’evasione” - ed era di due pagine: avevo un’idea molto relativa dei generi e delle loro quantità (ride, ndr)».
Il suo ultimo libro è un noir: in quale luogo narrativo si sente più a suo agio?
«Dopo 11 anni dedicati alla saga Chironi, tutti si sono sorpresi del mio noir: in realtà, ho iniziato con questo genere che, nel modo più assoluto, è il mio primo amore e resta uno dei miei generi preferiti, dal momento che gli si può trasgredire senza fare “danni”, anzi i più grandi noiristi sono stati grandi disobbedienti. Il noir ha regole che è necessario conoscere per poi disattenderle, lo amo per quello. Attraverso di esso si può raccontare tutto, non hai l’obbligo meccanico della storia, come accade nei gialli anglosassoni dove i colpevoli sono sempre quasi troppo intelligenti: preferisco storie in cui gli inquirenti sono persone comuni, che hanno i problemi di tutti e, magari, pur non essendo così straordinariamente intuitivi, hanno però sensibilità. Lo amo perché mi permette di raccontare gli umani».
Valeria Cammarota
Lei è sardo, ma vive a Bologna. In che modo la sua terra d’origine è entrata nei libri?
«La Sardegna, Nuoro, sono una specie di feticcio. Iniziai a parlarne perché era il posto che conoscevo meglio in assoluto, con cui avevo più affinità e che mi consentiva di scrivere con maggiore disinvoltura anche di altri mondi sempre partendo, però, da qualcosa di familiare. Poi, nel tempo, è diventata un luogo del senso, della grammatica stessa e non mi sono nemmeno più tanto posto il problema teorico del luogo».
Anche la lingua, il dialetto, sono essi stessi luoghi e lo identificano.
«La letteratura è un grande appartamento dove ogni elemento deve stare al suo posto affinché la casa sia accogliente e fruibile. La lingua, dunque, rappresenta una delle funzioni che una casa possiede, anche di accoglienza: il nostro Paese ha varie lingue le quali producono molti dialetti che, a loro volta, creano una specie di zona dove le comunicazioni sono multiple: in questo senso, ho usato il sardo».
Il luogo dove abita da anni è la scrittura: quando ha iniziato?
«Dirlo con precisione è più complicato di quanto sembri. Direi, in maniera sistematica, intorno ai 14 anni e questo deriva dal fatto che sono stato un lettore feroce, compulsivo: volevo diventare scrittore perché mi piaceva la reazione che gli autori producevano in me - ansia, gioia, aspettativa - e anche io volevo creare quella meraviglia. Certo, ho iniziato in maniera molto goffa: il mio primo romanzo è, forse, precedente ai 14 anni - si intitolava “L’evasione” - ed era di due pagine: avevo un’idea molto relativa dei generi e delle loro quantità (ride, ndr)».
Il suo ultimo libro è un noir: in quale luogo narrativo si sente più a suo agio?
«Dopo 11 anni dedicati alla saga Chironi, tutti si sono sorpresi del mio noir: in realtà, ho iniziato con questo genere che, nel modo più assoluto, è il mio primo amore e resta uno dei miei generi preferiti, dal momento che gli si può trasgredire senza fare “danni”, anzi i più grandi noiristi sono stati grandi disobbedienti. Il noir ha regole che è necessario conoscere per poi disattenderle, lo amo per quello. Attraverso di esso si può raccontare tutto, non hai l’obbligo meccanico della storia, come accade nei gialli anglosassoni dove i colpevoli sono sempre quasi troppo intelligenti: preferisco storie in cui gli inquirenti sono persone comuni, che hanno i problemi di tutti e, magari, pur non essendo così straordinariamente intuitivi, hanno però sensibilità. Lo amo perché mi permette di raccontare gli umani».
Valeria Cammarota
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
