Gazzetta di Modena

«L’Arminuta ci insegna la resilienza» 

di Serena Arbizzi
«L’Arminuta ci insegna la resilienza» 

Donatella Di Pietrantonio, finalista al Campiello, oggi in piazzale Re Astolfo

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Scoprire di essere stata adottata a 13 anni quando la vita dovrebbe essere un affresco di sogni ancora tutti da costruire e realizzare. E imparare la “resilienza” ovvero la capacità di affrontare le difficoltà trasformandole in esperienze da cui si traggono insegnamenti che aiutano non soltanto a sopravvivere, ma a vivere con un quid, con la consapevolezza di avere plasmato positivamente la propria essenza.
Questo l’insegnamento che sta alla base dell’Arminuta, la ritornata, letteralmente, titolo del romanzo della scrittrice Donatella Di Pietrantonio, inserito, proprio ieri nella cinquina della 55esima edizione del premio Campiello. Di Pietrantonio sarà stamattina alle 11.30 alla tenda di piazzale Re Astolfo.
L’Arminuta è una 13enne che viene riportata alla sua famiglia d’origine dallo zio, che l’aveva adottata da piccola. Da cosa è scaturita l’esigenza di raccontare questa storia?
«Gli spunti sono principalmente due: la maternità con i suoi lati oscuri: da qui nasce la mia urgenza narratia. Il mio demone. Questo è un tema personale sempre presente in me. Il secondo spunto è basato sulla realtà: ho dato voce alle mie suggestioni di bambina. Quand’ero piccola sentivo spesso parlare di bambini “dati” da famiglie numerose a coppie sterili. Mi chiedevo di chi si sentissero i figli: di chi li aveva partoriti o di chi li aveva crsciuti? L’”Arminuta” è il tema dell’identità. È l’essenza delle storie che si affollavano nella mia memoria e sono venute fuori in forma di finzione».
Qual è il messaggio che trasmette l’Arminuta?
«La resilienza, innanzitutto. L’Arminuta subisce un trauma gravissimo: a 13 anni scopre di essere stata adottata a di dover lasciare i genitori adottivi. Ma lei ci mostra la sua capacità, in assenza di una figura genitoriale adeguata, di compensare il vuoto. E lo fa tramite la sorellanza. Questo è anche un romanzo di formazione perché racconta le storie di alcune adolescenze difficile, anche tragiche».
Il romanzo è ambientato in Abruzzo, una terra dove vive l’Arminuta e dove anche lei ha scelto di rimanere anche dopo il terremoto che l’ha devastata: perché si rimane e come?
«Nel mio caso c’è una miscela di motivazioni, affettive e sentimentali. Ho genitori anziani di cui mi occupo: io non mi sentire di lasciarli e loro non si sposterebbero mai: mio padre dice: ’meglio la morte’. Poi, io non me ne andrei nemmeno se non avessi queste esigenze. Bisogna rimanere qui, sul posto, per combattere quello che non va. Dobbiamo puntare sulle vocazioni del nostro territorio. Gestirlo in una maniera sostenibile. Ci sono tanti begli esempi, intorno a noi, collegati al ritorno all’agricoltura e all’allevamento».
Cosa vuole dire a chi si occupa di ricostruzione?
«Io vivo in centro a Penne, in provincia di Pescara: un paesino di poche anime. Dopo il terremoto di gennaio casa mia è stata sottoposta a un’ordinanza di sgombero a cui mi sto opponendo. Casa mia è stata ristrutturata con criteri antisismici ma su una parte di essa insiste l’appartamento di un vicino che non fa manutenzione: stiamo cercando di convincerlo a fare quello che deve. Occorre una gestione più snella ma più rigorosa delle pratiche necessarie alla ricostruzione. Questo potrebbe servire ad arginare la corruzione».

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