Vitali: l’ispirazione? È effimera Spesso un colpo di fortuna
di Valeria Cammarota
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti Paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. Parliamo di Andrea Vitali, medico di base che esordisce, nel 1990, con...
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I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti Paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. Parliamo di Andrea Vitali, medico di base che esordisce, nel 1990, con il romanzo breve “Il procuratore”, ispiratogli dai racconti di suo padre. Scrittore molto prolifico, vive nel suo paese natale, Bellano, sulla sponda orientale del lago di Como, dove ha casa il suo immaginario narrativo, ricco di una provincia fatta di personaggi comuni e al contempo esemplari. Oggi alle 21, al Pac di Novi, racconterà ai lettori il suo ultimo romanzo, “A cantare fu il cane”.
Quanto la sua professione di medico l’ha aiutata nel dar vita ai suoi personaggi?
«Parecchio, specie quanto a situazioni, aneddotica. Non solo: mi ha aiutato anche sotto un profilo di crescita umana, di rapporti interpersonali, ivi inclusa proprio la possibilità di conoscere, attraverso le chiacchiere fatte in ambulatorio, situazioni che hanno innescato la possibilità di un racconto, della nascita di un personaggio o di situazioni utili allo scopo narrativo».
Il primo desiderio fu di fare il giornalista. Suo padre non voleva: lo deve ringraziare?
«Assolutamente. Non che non volesse in senso categorico: temeva la difficoltà di affrontare una carriera insicura. Una volta esaurito il suo dovere, ognuno di noi figli avrebbe potuto fare quello che voleva, ma con la garanzia di avere un pezzo di futuro assicurato. Sarei, comunque, stato un pessimo giornalista: mi sarei fatto trascinare dall’immaginazione, non sarei rimasto attaccato ai fatti. La decisione paterna ha influenzato positivamente il mio futuro, mi ha obbligato a maturare, con lo studio e la lettura, nell’attesa del momento in cui avessi potuto capire quello che volevo scrivere».
Ha all’attivo decine di libri e una ventina di romanzi: come trova l'ispirazione?
«L’ispirazione è un momento effimero, un colpo di fortuna nella maggior parte dei casi, legato anche a sciocchezze: talvolta basta una frase ascoltata o in ambulatorio o in treno o un rumore - ad esempio il mio ultimo romanzo nasce dall’aver ascoltato un cane abbaiare in un momento di perfetto silenzio. Dopodiché, diventa un lavoro artigianale di composizione di una storia attorno a quel momento scatenante».
Ha scritto anche libri per ragazzi: quanto ama questo filone narrativo?
«Sempre di più perché, diventando vecchio, mi attacco a una certa mitologia. A fianco di quella classica ho recuperato anche il filone legato al Natale e alle figure che ci hanno impressionato da bambini, inserendole nello stesso mondo immaginifico. È come avessi aperto una stanza chiusa da anni: mi sono trovato a fare i conti con queste suggestioni e le ho trovate vivaci, attuali, aderenti a un mio nuovo sentire cui avevo anteposto questioni più prosaiche».
Ambienta il suo ultimo romanzo negli anni '30, che ama molto...
«È un criterio generale non politico, ma di costume. È un periodo vivace nel costume, negli artifici con cui bisognava campare: ci sono storie che acquisiscono colore proprio se ambientate in un mondo piccolo e più povero, dov’è necessario arrangiarsi. Avessi raccontato una storia così in un mondo con cellulari e pc, sarebbe finita dopo tre righe, mentre in un mondo siffatto occorre camminare, bussare alle porte: la storia si anima di un’umanità che mette in relazione. Inoltre, gli elementi della Storia creano un colore, un'enfasi quasi da avanspettacolo e, questo, mi mette allegria: le notizie, allora, arrivavano filtrate con un conseguente arricchimento di particolari fantastici che stravolgeva la realtà dei fatti».
Quanto la sua professione di medico l’ha aiutata nel dar vita ai suoi personaggi?
«Parecchio, specie quanto a situazioni, aneddotica. Non solo: mi ha aiutato anche sotto un profilo di crescita umana, di rapporti interpersonali, ivi inclusa proprio la possibilità di conoscere, attraverso le chiacchiere fatte in ambulatorio, situazioni che hanno innescato la possibilità di un racconto, della nascita di un personaggio o di situazioni utili allo scopo narrativo».
Il primo desiderio fu di fare il giornalista. Suo padre non voleva: lo deve ringraziare?
«Assolutamente. Non che non volesse in senso categorico: temeva la difficoltà di affrontare una carriera insicura. Una volta esaurito il suo dovere, ognuno di noi figli avrebbe potuto fare quello che voleva, ma con la garanzia di avere un pezzo di futuro assicurato. Sarei, comunque, stato un pessimo giornalista: mi sarei fatto trascinare dall’immaginazione, non sarei rimasto attaccato ai fatti. La decisione paterna ha influenzato positivamente il mio futuro, mi ha obbligato a maturare, con lo studio e la lettura, nell’attesa del momento in cui avessi potuto capire quello che volevo scrivere».
Ha all’attivo decine di libri e una ventina di romanzi: come trova l'ispirazione?
«L’ispirazione è un momento effimero, un colpo di fortuna nella maggior parte dei casi, legato anche a sciocchezze: talvolta basta una frase ascoltata o in ambulatorio o in treno o un rumore - ad esempio il mio ultimo romanzo nasce dall’aver ascoltato un cane abbaiare in un momento di perfetto silenzio. Dopodiché, diventa un lavoro artigianale di composizione di una storia attorno a quel momento scatenante».
Ha scritto anche libri per ragazzi: quanto ama questo filone narrativo?
«Sempre di più perché, diventando vecchio, mi attacco a una certa mitologia. A fianco di quella classica ho recuperato anche il filone legato al Natale e alle figure che ci hanno impressionato da bambini, inserendole nello stesso mondo immaginifico. È come avessi aperto una stanza chiusa da anni: mi sono trovato a fare i conti con queste suggestioni e le ho trovate vivaci, attuali, aderenti a un mio nuovo sentire cui avevo anteposto questioni più prosaiche».
Ambienta il suo ultimo romanzo negli anni '30, che ama molto...
«È un criterio generale non politico, ma di costume. È un periodo vivace nel costume, negli artifici con cui bisognava campare: ci sono storie che acquisiscono colore proprio se ambientate in un mondo piccolo e più povero, dov’è necessario arrangiarsi. Avessi raccontato una storia così in un mondo con cellulari e pc, sarebbe finita dopo tre righe, mentre in un mondo siffatto occorre camminare, bussare alle porte: la storia si anima di un’umanità che mette in relazione. Inoltre, gli elementi della Storia creano un colore, un'enfasi quasi da avanspettacolo e, questo, mi mette allegria: le notizie, allora, arrivavano filtrate con un conseguente arricchimento di particolari fantastici che stravolgeva la realtà dei fatti».
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