“Fuoco criminale”, ’ndrangheta nelle terre del Po
di Gabriele De Stefani
Un libro di Rossella Canadè sull’ascesa dell’organizzazione malavitosa, cronaca col piglio del romanzo
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Dare le notizie, certo. Ma c’è un’altra fondamentale funzione del giornalismo dietro al libro di Rossella Canadè, cronista della Gazzetta di Mantova, autrice di “Fuoco criminale. La ’ndrangheta nelle terre del Po. L’inchiesta” (Imprimatur editore). È la funzione di mettere insieme i puntini che tratteggiano vicende dilatate nel tempo, collegare i fatti e dare loro un senso che, presi da soli, non avrebbero. È uno degli aspetti che più colpiscono leggendo 199 pagine che, nonostante l’inevitabile crudezza di svariati passaggi e del tema tutto, scorrono via veloci e a loro modo piacevoli, con l’invidiabile pregio di tenere insieme il rigore della cronaca e il gusto della narrazione.
A tratti sembra un romanzo, ahinoi di verità. Pare insomma riuscita la traduzione di atti d’inchiesta in una storia avvincente e godibile alla lettura. Una parentesi: chi scrive questo articolo prova a fare il massimo sforzo per lasciare da parte la naturale benevolenza con cui fatalmente si guarda l’opera di una collega con la quale si sono condivise e si condividono ore di lavoro, in un mestiere che non si può dispiegare senza passione.
Il rogo delle betoniere di Villagrossi, i traffici su Lagocastello, gli spari a Viadana, il cadavere di Gobbi ritrovato a Parma, le minacce nei cantieri di Curtatone: capitoli diversi delle cronache e del libro, ma tutto si tiene, tutto si è sempre tenuto e lo sa bene chi ha avuto l’interesse e la passione di leggere le centinaia di articoli che la Gazzetta negli anni ha dedicato all’infiltrazione ’ndranghetista nel Mantovano. Ma alla fine la comprensione piena la puoi avere solo passando attraverso la lettura di quasi 200 pagine nate apposta per unire quei puntini.
I tempi della cronaca di un quotidiano sono velocissimi, l’online ti spedisce compulsivo da una schermata all’altra e allora ecco perché il giornalismo ha ancora bisogno dei vecchi libri cartacei: la sensazione, leggendo “Fuoco criminale” è di avere tra le mani uno strumento che consente di dominare una realtà complessa.
In larga parte il libro pesca tra atti d’inchiesta e contiene pochi elementi che siano catalogabili alla voce notizia (non era questo l’obiettivo), ma ciò non impedisce di scoprire qualcosa di nuovo. Quel senso d’insieme, appunto.
Uno dei temi ricorrenti della narrazione del fronte antimafia è la necessità di risvegliare le coscienze. Un bisogno che esiste per tutti i cittadini, ma che un tratto del libro ricorda essere non scontata neppure per chi - i giornalisti - dovrebbe di mestiere vivere con le antenne dritte. È il passaggio in cui Canadè tratteggia una mattina annoiata in redazione, quando serve un vigile del fuoco solerte per far notare che le autocombustioni di auto di imprenditori edili stanno diventando troppe per essere casuali e che, quindi, è il caso di indagare.
Che a ricordare l’episodio sia una giornalista che segue la ’ndrangheta da anni suona da allerta, prima che da autocritica (la spocchia è estranea dalle 199 pagine e, per chi la conosce, ben al di fuori pure dal carattere dell’autrice).
Che l’allerta debba essere collettiva è, appunto, un tema arcinoto. Certo è che menano come pugni nello stomaco i dettagli delle violenze nei cantieri. Domanda semplice che salta in testa al lettore: ma ci avevo mai pensato che basta comprare casa dal costruttore sbagliato per ritrovarsi in una tempesta di minacce, ricatti, estorsioni e migliaia di euro da versare per evitare che finiscano per «spezzarti le gambe come nessuno te le ha mai spezzate prima?».
Promemoria dritto alle orecchie del lettore: quando senti dire «’ndrangheta al nord», vuol dire questo.
Ecco, se ancora pensate che in fondo certe cose accadono in un mondo diverso dal vostro e che basta non andarsele a cercare, scorrete le pagine che raccontano cos’erano diventati i cantieri delle villette curtatonesi. L’artigiano che rifiniva l’appartamento dei vostri sogni, ad esempio, lo sceglieva uno dei boss più potenti, quel Nicolino Grande Aracri che tirava le fila dalla sua tavernetta cutrese.
Bastava un attimo per cascarci dentro e ritrovarsi a scappare in Germania o a temere per i propri familiari. È successo a più d’uno. E sono intercettazioni, testimonianze, paure vive nei capitoli iniziali del libro.
L’intersezione tra legale e illegale è un altro tema ricorrente. Zona grigia lungo la quale corre un bel pezzo dell’attività dell’organizzazione criminale più potente (come ricorda Enzo Ciconte nella prefazione), è materia naturalmente decisiva in sede penale. Ma il libro, senza emettere condanne, fa digerire lentamente il concetto che una sentenza non è dirimente per la nostra consapevolezza di cittadini: «Questo lavoro - scrive Canadè nell’introduzione - non vuole proporre un’altra verità, né, men che meno, sostituirsi alle sentenze dei giudici. Perché è lì, nei tribunali, che si stabilisce la verità giudiziaria. Ed è lì, nelle aule, che si amministra la giustizia. C’è però un’altra storia, che nessuna sentenza è in grado di riassumere».
Attorno alle mafie, ricorda Nando Dalla Chiesa citato da Canadè, ci sono i complici, i codardi e i cretini. Per non rischiare di finire incasellati nella classificazione, esiste solo la strada di una quarta C, la consapevolezza. Il libro dà una grossa spinta nella direzione in cui la nostra comunità ha bisogno di camminare.
C’è una domanda che, leggendo gli atti dell’inchiesta prima e “Fuoco criminale” ora, da tanto tempo aleggia in testa a chi scrive questo articolo: ma noi, figli di questa terra, le vogliamo bene a sufficienza da difenderla? Abbiamo davvero voglia di proteggere la nostra comunità da un male che parte con la cazzuola in mano e poi si infila nei nostri municipi, nelle nostre piazze, nelle nostre imprese? Ciascuno di noi, nel proprio intimo, se ne rende conto davvero? Se la ’ndrangheta è riuscita ad avanzare così tanto, la risposta evidentemente è no. Coltiviamo la speranza che pagine come quelle della Canadè mettano anche la benzina dell’orgoglio nel motore di una risposta individuale, prima che collettiva.
A tratti sembra un romanzo, ahinoi di verità. Pare insomma riuscita la traduzione di atti d’inchiesta in una storia avvincente e godibile alla lettura. Una parentesi: chi scrive questo articolo prova a fare il massimo sforzo per lasciare da parte la naturale benevolenza con cui fatalmente si guarda l’opera di una collega con la quale si sono condivise e si condividono ore di lavoro, in un mestiere che non si può dispiegare senza passione.
Il rogo delle betoniere di Villagrossi, i traffici su Lagocastello, gli spari a Viadana, il cadavere di Gobbi ritrovato a Parma, le minacce nei cantieri di Curtatone: capitoli diversi delle cronache e del libro, ma tutto si tiene, tutto si è sempre tenuto e lo sa bene chi ha avuto l’interesse e la passione di leggere le centinaia di articoli che la Gazzetta negli anni ha dedicato all’infiltrazione ’ndranghetista nel Mantovano. Ma alla fine la comprensione piena la puoi avere solo passando attraverso la lettura di quasi 200 pagine nate apposta per unire quei puntini.
I tempi della cronaca di un quotidiano sono velocissimi, l’online ti spedisce compulsivo da una schermata all’altra e allora ecco perché il giornalismo ha ancora bisogno dei vecchi libri cartacei: la sensazione, leggendo “Fuoco criminale” è di avere tra le mani uno strumento che consente di dominare una realtà complessa.
In larga parte il libro pesca tra atti d’inchiesta e contiene pochi elementi che siano catalogabili alla voce notizia (non era questo l’obiettivo), ma ciò non impedisce di scoprire qualcosa di nuovo. Quel senso d’insieme, appunto.
Uno dei temi ricorrenti della narrazione del fronte antimafia è la necessità di risvegliare le coscienze. Un bisogno che esiste per tutti i cittadini, ma che un tratto del libro ricorda essere non scontata neppure per chi - i giornalisti - dovrebbe di mestiere vivere con le antenne dritte. È il passaggio in cui Canadè tratteggia una mattina annoiata in redazione, quando serve un vigile del fuoco solerte per far notare che le autocombustioni di auto di imprenditori edili stanno diventando troppe per essere casuali e che, quindi, è il caso di indagare.
Che a ricordare l’episodio sia una giornalista che segue la ’ndrangheta da anni suona da allerta, prima che da autocritica (la spocchia è estranea dalle 199 pagine e, per chi la conosce, ben al di fuori pure dal carattere dell’autrice).
Che l’allerta debba essere collettiva è, appunto, un tema arcinoto. Certo è che menano come pugni nello stomaco i dettagli delle violenze nei cantieri. Domanda semplice che salta in testa al lettore: ma ci avevo mai pensato che basta comprare casa dal costruttore sbagliato per ritrovarsi in una tempesta di minacce, ricatti, estorsioni e migliaia di euro da versare per evitare che finiscano per «spezzarti le gambe come nessuno te le ha mai spezzate prima?».
Promemoria dritto alle orecchie del lettore: quando senti dire «’ndrangheta al nord», vuol dire questo.
Ecco, se ancora pensate che in fondo certe cose accadono in un mondo diverso dal vostro e che basta non andarsele a cercare, scorrete le pagine che raccontano cos’erano diventati i cantieri delle villette curtatonesi. L’artigiano che rifiniva l’appartamento dei vostri sogni, ad esempio, lo sceglieva uno dei boss più potenti, quel Nicolino Grande Aracri che tirava le fila dalla sua tavernetta cutrese.
Bastava un attimo per cascarci dentro e ritrovarsi a scappare in Germania o a temere per i propri familiari. È successo a più d’uno. E sono intercettazioni, testimonianze, paure vive nei capitoli iniziali del libro.
L’intersezione tra legale e illegale è un altro tema ricorrente. Zona grigia lungo la quale corre un bel pezzo dell’attività dell’organizzazione criminale più potente (come ricorda Enzo Ciconte nella prefazione), è materia naturalmente decisiva in sede penale. Ma il libro, senza emettere condanne, fa digerire lentamente il concetto che una sentenza non è dirimente per la nostra consapevolezza di cittadini: «Questo lavoro - scrive Canadè nell’introduzione - non vuole proporre un’altra verità, né, men che meno, sostituirsi alle sentenze dei giudici. Perché è lì, nei tribunali, che si stabilisce la verità giudiziaria. Ed è lì, nelle aule, che si amministra la giustizia. C’è però un’altra storia, che nessuna sentenza è in grado di riassumere».
Attorno alle mafie, ricorda Nando Dalla Chiesa citato da Canadè, ci sono i complici, i codardi e i cretini. Per non rischiare di finire incasellati nella classificazione, esiste solo la strada di una quarta C, la consapevolezza. Il libro dà una grossa spinta nella direzione in cui la nostra comunità ha bisogno di camminare.
C’è una domanda che, leggendo gli atti dell’inchiesta prima e “Fuoco criminale” ora, da tanto tempo aleggia in testa a chi scrive questo articolo: ma noi, figli di questa terra, le vogliamo bene a sufficienza da difenderla? Abbiamo davvero voglia di proteggere la nostra comunità da un male che parte con la cazzuola in mano e poi si infila nei nostri municipi, nelle nostre piazze, nelle nostre imprese? Ciascuno di noi, nel proprio intimo, se ne rende conto davvero? Se la ’ndrangheta è riuscita ad avanzare così tanto, la risposta evidentemente è no. Coltiviamo la speranza che pagine come quelle della Canadè mettano anche la benzina dell’orgoglio nel motore di una risposta individuale, prima che collettiva.
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