Gazzetta di Modena

Le “Luci” di Brondi in concerto a Ponte Alto

 Le “Luci” di Brondi in concerto a Ponte Alto

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MODENA. “Terra” non è un disco per chi pensa che gli immigrati o i profughi portino la malaria, o anche solo zanzare diverse da quelle che hanno sempre abitato le estati dell’Emilia o di ogni pianura. Il tour di “Terra” è un viaggio oltre la palude dei luoghi comuni (musicali e non solo) fino a incontrare e accogliere contaminazioni etniche di musiche di ogni mondo (non necessariamente world music): che nulla tolgono ma solo aggiungono, come ogni contatto con ciò che è altro da noi, all’età adulta de Le luci della centrale elettrica, alla tappa matura del percorso di Vasco Brondi. Dalle origini punk al crescere lungo le tracce del rock e anche di un pop mai banale (lontano un abisso dalle mode radiofoniche, che infatti colpevolmente lo snobbano ): questa sera passando da Modena, appuntamento sul palco della Festa de l’Unità a Ponte Alto, ingresso gratuito. E’ il penultimo concerto dopo 5 mesi di date su e giù per l’Italia (gran finale venerdì a CarroPonte, Sesto San Giovanni, al live di Radio Popolare affiancati anche da Bombino, il cantautore e chitarrista tuareg nigerino tra gli ispiratori di molte sonorità di “Terra”). In scaletta buona parte dell’ultimo lavoro e una scelta non casuale, ma spesso diversa, di brani che attraversano la storia ormai decennale delle Luci. “Per quanto si possa lavorare a un disco poi le canzoni trovano la loro vera voce direttamente sul palco, si assestano in furgone tra un concerto e l’altro - dice Vasco Brondi -. Non vedo l’ora di farle uscire all’aria aperta: i concerti in un modo diverso dalla scrittura sono un modo di esprimersi e di liberarsi di qualcosa in modo bellissimo. Sono sempre un rito liberatorio”. E “Terra” è un’opera liberatoria, dalle paure e dagli incubi spesso artefatti e strumentali di un’età che viviamo: un canto disteso, intriso di poesia e di bellezza, sotto la scorza robusta e inconfondibile di chitarre, bassi e percussioni, intimo e pubblico: il canto di una generazione che ancora sta guadando la precarietà ma che è consapevole di avere “una forza incredibile, di essere fatte di persone che si adattano ma non si rassegnano”. Un disco «sulla realtà ma non su quello che succede - così lo definisce Brondi -, bensì su quello che c’è: sull’accettare ciò che c’è senza scappare. Perché solo così si può cambiare qualcosa. Continuare a vivere senza avere nulla da perdere”. Con sé Brondi (voce e chitarra acustica) ha voluto una formazione “anche abbastanza classica del rock ma per fare qualcosa di diverso, lavorare su altre scale, altre ritmiche per suonare questo strano disco etnico. Momenti orchestrali e canzoni suonate da solo, da ballare scoordinati o stando fermi, cassa dritta o piano e voce; canzoni che hanno una nuova veste e altre che sono tornate a quella di quando le ho scritte in solitaria con la chitarra e che cambiano ogni sera». Sul palco ecco Marco Ulcigrai (chitarre), Angelo Trabace (pianoforte e sintetizzatori), Matteo Bennici (basso e violoncello) e Giusto Correnti (percussioni).
 

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