IL LIBRO
Roberto Barbolini: i miei vampiri ed io che sfioro la morte
di Andrea Marcheselli
MODENA. È davvero particolare l’ultima opera narrativa di Roberto Barbolini, “Vampiri conosciuti di persona” (ed. La nave di Teseo, 15 €) che esce oggi in libreria e alla quale la Natura ha giocato...
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MODENA. È davvero particolare l’ultima opera narrativa di Roberto Barbolini, “Vampiri conosciuti di persona” (ed. La nave di Teseo, 15 €) che esce oggi in libreria e alla quale la Natura ha giocato uno scherzo curioso: pronta, sostanzialmente, per andare in stampa lo scorso inverno, è come rimasta in stand-by per un grave problema di salute occorso all’autore che ha però dato origine a quello che è risultato il perfetto capitolo finale dell’opera, il racconto, in pratica, della vicenda che lo ha portato tra la vita e la morte, per alcuni istanti probabilmente più di là che di qua.
«Voleva essere un libro di bilanci, testamentario - ci ha confidato l’autore - concepito come un libro di viaggi diviso in due parti: la prima è quello reale da me compiuto in Transilvania per una conferenza su Dracula, la seconda un viaggio tra episodi del passato coi quali dovevo forse misurarmi; la terza, quella aggiunta dopo una fortunatamente risolta disavventura cardiaca, è quella invece in cui sono precipitato io dentro la storia, finendo per provare quello che sentono i personaggi quando l’autore li fa morire, o quantomeno ammalare gravemente, e che ha dato una consistenza particolare alla finalità originaria dell’opera».
Barbolini, però, definito a suo tempo da Cesare Garboli “un Fellini della scrittura” e che tutti conosciamo per gli equilibrismi linguistici e i virtuosismi sintattici, ma anche per lo humour satirico e il piglio ironico che caratterizzano il suo modo di scrivere, non poteva non affrontare il tema con analogo spirito che consegna anche ai momenti più tragici un lato divertente: «Ero come prigioniero di questa avventura, ho dovuto in pratica liberarmene scrivendone un resoconto, ma temo sia un mio specifico modo di essere quello di riportare tutto a una scherzosa ironia che in qualche misura può considerarsi un antidoto per le situazioni più tragiche».
Così, l’autore di romanzi come “L’uovo di Colombo”, “Provaci ancora, Radetzki” o “Ricette di famiglia” ha dato forma a una nuova opera concepita come un “romanzo per frammenti” in cui un io narrante, trasparentemente autobiografico, unisce il tutto in un capitolo conclusivo non preordinato ma dettato dal fato. «Infatti si è passati da “Mortis” il capitolo originariamente conclusivo ove mi pareva di aver trovato una chiusura del cerchio, al rilancio in una specie di incubo reale ove il tentativo ermeneutico di una interpretazione finale ricasca concitatamente nel delirio, in cui solo un’immaginazione alterata può dare conto di queste modalità dell’orrore. Certo, non è mai stata mia intenzione essere pedagogico e sono anche estremamente pudico, ma ho sentito la necessità di raccontare ciò che ho vissuto, ad esempio come abbia avvertito il flusso dei pensieri di coloro che mi vogliono bene e mi hanno sorretto in quella situazione. Non è mia intenzione farci sopra chissà quali speculazioni, ma non posso, per una sorta di scetticismo della ragione, non volermi mettere a nudo». È forse anche un libro ove l’autore trova delle risposte e si libera dei propri maestri, come Garboli, Manganelli, Luciano Anceschi? «Non so, è un libro di bilanci, dicevo, e i bilanci hanno sempre qualcosa di provvisoriamente definitivo, è un po’ una resa dei conti, e più che dei maestri, verso i quali mantengo un profondo affetto, è come se volessi liberarmi da me stesso. La mia sensazione è stata soprattutto quella di non essere più niente. Già le prime due parti del romanzo convergono verso qualcosa che ricorda una fine. L’ironia della sorte ha contribuito ad arricchirne il senso. Se poi quello che resta possa considerarsi una risposta, proprio non saprei dire».
«Voleva essere un libro di bilanci, testamentario - ci ha confidato l’autore - concepito come un libro di viaggi diviso in due parti: la prima è quello reale da me compiuto in Transilvania per una conferenza su Dracula, la seconda un viaggio tra episodi del passato coi quali dovevo forse misurarmi; la terza, quella aggiunta dopo una fortunatamente risolta disavventura cardiaca, è quella invece in cui sono precipitato io dentro la storia, finendo per provare quello che sentono i personaggi quando l’autore li fa morire, o quantomeno ammalare gravemente, e che ha dato una consistenza particolare alla finalità originaria dell’opera».
Barbolini, però, definito a suo tempo da Cesare Garboli “un Fellini della scrittura” e che tutti conosciamo per gli equilibrismi linguistici e i virtuosismi sintattici, ma anche per lo humour satirico e il piglio ironico che caratterizzano il suo modo di scrivere, non poteva non affrontare il tema con analogo spirito che consegna anche ai momenti più tragici un lato divertente: «Ero come prigioniero di questa avventura, ho dovuto in pratica liberarmene scrivendone un resoconto, ma temo sia un mio specifico modo di essere quello di riportare tutto a una scherzosa ironia che in qualche misura può considerarsi un antidoto per le situazioni più tragiche».
Così, l’autore di romanzi come “L’uovo di Colombo”, “Provaci ancora, Radetzki” o “Ricette di famiglia” ha dato forma a una nuova opera concepita come un “romanzo per frammenti” in cui un io narrante, trasparentemente autobiografico, unisce il tutto in un capitolo conclusivo non preordinato ma dettato dal fato. «Infatti si è passati da “Mortis” il capitolo originariamente conclusivo ove mi pareva di aver trovato una chiusura del cerchio, al rilancio in una specie di incubo reale ove il tentativo ermeneutico di una interpretazione finale ricasca concitatamente nel delirio, in cui solo un’immaginazione alterata può dare conto di queste modalità dell’orrore. Certo, non è mai stata mia intenzione essere pedagogico e sono anche estremamente pudico, ma ho sentito la necessità di raccontare ciò che ho vissuto, ad esempio come abbia avvertito il flusso dei pensieri di coloro che mi vogliono bene e mi hanno sorretto in quella situazione. Non è mia intenzione farci sopra chissà quali speculazioni, ma non posso, per una sorta di scetticismo della ragione, non volermi mettere a nudo». È forse anche un libro ove l’autore trova delle risposte e si libera dei propri maestri, come Garboli, Manganelli, Luciano Anceschi? «Non so, è un libro di bilanci, dicevo, e i bilanci hanno sempre qualcosa di provvisoriamente definitivo, è un po’ una resa dei conti, e più che dei maestri, verso i quali mantengo un profondo affetto, è come se volessi liberarmi da me stesso. La mia sensazione è stata soprattutto quella di non essere più niente. Già le prime due parti del romanzo convergono verso qualcosa che ricorda una fine. L’ironia della sorte ha contribuito ad arricchirne il senso. Se poi quello che resta possa considerarsi una risposta, proprio non saprei dire».
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