Gazzetta di Modena

Cacciari: «Poesia, un enigma radicato nel profondo»

di Michele Fuoco
Cacciari: «Poesia, un enigma radicato nel profondo»

Al teatro Fabbri di Vignola la lezione magistrale di Massimo Cacciari, i versi di Patrizia Valduga e il flauto “magico” di Andrea Griminelli aprono ufficialmente il Poesia Festival 2017

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VIGNOLA. Da Platone, feroce nemico della poesia e delle forme del fare che riguardano la musica, il canto, la danza, al necessario riconoscimento, oggi, del linguaggio poetico: la lezione che Massimo Cacciari ha tenuto, mercoledì sera, al Teatro Fabbri, in occasione dell'inaugurazione di Poesia Festival, ha attraversato il pensiero filosofico, con sottolineature sul senso comune, non senza ricordare che i primi testi pervenuti di filosofia indicano chiaramente che i sapienti scrivevano in versi che venivano cantati.

Sul palco è salita, prima, Patrizia Valduga che ha fatto ascoltare versi dal libro “Canzonette mortali” di Giovanni Raboni, nonché pochi suoi componimenti. Alla fine l'acclamata esibizione di Andrea Griminelli che col suo flauto, accompagnato dalla chitarra di Andrea Candeli, ha voluto dedicare l'Ave Maria di Bach- Gounod al popolo messicano, colpito dal terremoto.

Riflettori anche sul filosofo veneziano che ha parlato subito di Platone, per il quale c'è una differenza profonda tra filosofia e poesia. Un problema su cui riflette il pensiero estetico europeo che si interroga sulla poesia, sostenendo, a partire da Hegel, che anche se essa è considerata una grande creazione dello spirito e ha avuto un enorme passato, non è più necessaria. «La sete, il bisogno, la nostalgia di poesia - dice Cacciari - sarebbero soddisfatti da altro, dalla scienza, dal sapere tecnico-scientifico. Poesia come fantasia inutile. E ciò è diventato senso comune. Anche i politici dicono “questa è poesia”, con l'indifferenza che si ha per qualcosa che non ha a che fare con la realtà».

D'altra parte anche la poesia si interroga su se stessa facendo poesia, mostrandosi, per affermare le ragioni per cui essa non può venir meno. «In essa si radica - continua il filosofo - il problema dell'enigma che è il più pericoloso di tutti perché nessuno può possederlo, cosa possibile per tutti gli altri beni. Enigma è il modo di comunicare l'abissalità, la verità della parola “scavata”, capace di suscitare, diceva Eliot, un'emozione precisa. La poesia, sosteneva Celan, inclina sempre ad ammutolire, quando la si ascolta, perché sprofonda in quella oscurità originaria di cui la filosofia non può mostrare il contrario. È un modo per la poesia di mettere in luce una resistenza rispetto al senso comune».

Cacciari si sofferma sul significato di informazione e comunicazione, chiarendo che oggi sono diventati sinonimi, mentre sono all'opposto. «Il linguaggio poetico è sempre del comunicare, contro l'informazione che non ha misura, equilibrio. È linguaggio originario, canto. Richiama sempre alla lingua madre, contro lo sradicamento voluto dagli esperanti, dalle utopie delle lingue artificiali della comunicazione universale. La distruzione del linguaggio è la denuncia costante della poesia che cerca di indicare, non dire, fa vedere che nessuna parola può essere la cosa. La parola deve avere valore per essere ripetuta, ricordata». Fa resistenza perché oggi viene sempre più massacrata e distrutta. Per questo la filosofia può capire il suo limite di fronte al senso più alto e nobile che la poesia mostra. La filosofia diventa elemento di conoscenza della potenza della scienza. «Può funzionare - conclude Cacciari - come tramite tra discorso scientifico e poesia, tra i diversi linguaggi riconoscendo di tutti la necessità».



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