Gazzetta di Modena

Dove trovare un’anfora, il Placito capuano e l’elisione? Sulla tastiera dello smartphone

Ricordate quel tempo in cui, per la maggior parte delle persone, il cancelletto era nient’altro che un tasto del telefono? Passato remoto, ormai, rispetto a quest’epoca fatta di hashtag,...

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Ricordate quel tempo in cui, per la maggior parte delle persone, il cancelletto era nient’altro che un tasto del telefono? Passato remoto, ormai, rispetto a quest’epoca fatta di hashtag, abbreviazioni e facce che sorridono. Che origine hanno, tuttavia, i simboli che usiamo oggi, nella scrittura, con tanta nonchalance? Ecco tre piccole storie, che tutti dovremmo sapere. 1) In principio era un’anfora. La modernissima @, la chiocciola, per intenderci, affonda le sue origini nei documenti medievali dei mercanti italiani in cui compariva come stilizzazione della preposizione latina ad. Si faceva svolazzare verso sinistra, con la penna, la lettera d, proprio per dare l’idea dell’anfora. E anche oggi, che la chiocciola è per tutti una a minuscola chiusa in un ricciolo, la parola arroba, con cui la chiamano gli spagnoli, riporta all’antico legame con l’anfora: nei dizionari latini del Quattro e Cinquecento, infatti, il termine è presente proprio come equivalente spagnolo del latino amphora. 2) Da dove arrivano tutte quelle k con cui, soprattutto nelle chat, accorciamo il più convenzionale ch? Da molto lontano. La k, infatti, era già nell’alfabeto greco e latino e il più antico documento italiano in cui compare, il Placito capuano, è del X secolo. Sparita per molto tempo dalla nostra lingua, è poi tornata in voga negli anni Settanta, con significato polemico e connotazione aggressiva. Oggi, invece, è la regina indiscussa dell’italiano giovane e rapido delle chat: Ke ne dite? 3) Nell’era degli smartphone, in cui la scrittura automatica sceglie spesso al posto nostro, sia le parole che i simboli, il rischio di incappare in errori comunissimi (e gravissimi) è dietro l’angolo. Bisogna tener presente che l’apostrofo arriva da lontano con lo scopo nobile di abbellire la nostra lingua. Indica l’elisione, serve per addolcire, nascondere, per far suonare meglio una parola accanto all’altra. Chi siamo noi, allora, per fare all’apostrofo il torto di confonderlo con l’accento. Perché l’accento, pure se gli somiglia, è proprio un’altra cosa, tanto che un poco può diventare un po’, ma mai un po’! E che una e apostrofata, invece che accentata, ha il potere di trasformare il verbo essere in una catastrofe per il nostro italiano.



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