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Modena, Paolo Rumiz e Scillitani: il viaggio in Appennino ora è diventato un film

Modena, Paolo Rumiz e Scillitani: il viaggio in Appennino ora è diventato un film

Uscito in Dvd in abbinamento con la Gazzetta di Modena Incontro col regista che racconterà la genesi del suo lavoro

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MODENA. Oggi, alle 21, alla Tenda di viale Monte Kosica, si entra in un’Italia diversa, vissuta a ritmo lento, con la proiezione del docufilm “Ritorno sui Monti naviganti: il viaggio appenninico di Paolo Rumiz”, realizzato nel 2016 da Alessandro Scillitani. Alla serata, a ingresso libero, sarà presente l’autore. Il film è uscito ieri in Dvd ed è in abbinamento editoriale con la Gazzetta di Reggio e la Gazzetta di Modena. Dieci anni dopo il mitico viaggio compiuto a bordo di una Topolino, Paolo Rumiz torna ad attraversare l'Appennino, dalla Liguria all'Aspromonte. Lo fa per realizzare un film, il cui autore è Alessandro Scillitani, regista che da anni racconta per immagini i viaggi compiuti dal noto scrittore e giornalista triestino. Un racconto a passo lento, fatto di incontri lungo la penisola, in compagnia di quella straordinaria rete di persone che Rumiz ha conosciuto nei suoi viaggi. Il film, che ha vinto il Premio del Pubblico al Film Festival della Lessinia, non è un semplice revival della celebre traversata appenninica, ma è una ricerca delle piccole grandi vite di chi, anche e soprattutto in tempi di terremoti e post-terremoti, crisi economica e disoccupazione diffusa, rappresenta il motore sano della nostra penisola. «È un'opera che racconta il nostro Appennino, pancia del paese, la cosiddetta Italia minore da molti considerata periferia e invece cuore della nostra vita e della nostra memoria», dice Scillitani.

Una scoperta di colori, voci, personaggi.

«L'Appennino è la spina dorsale del nostro Paese. Noi consideriamo periferia territori che sono alla base delle nostre radici. Una persona intervistata mi ha fatto notare che tutta la vita umana si è sviluppa attraverso le transumanze, attraversando l'Appennino da una parte all'altra. Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo preferito le fabbriche delle grandi città alla vita sui monti».

Storie di abbandoni ma anche di vita.

«L'Appennino ha subito uno spopolamento perché era difficile viverci, oggi con le nuove tecnologie e le nuove conoscenze sono luoghi splendidi dove è possibile tornare. Noi nelle città abbiamo l'esigenza di riempire in nostro tempo mentre in montagna lo si riempie con il respiro, la bellezza del paesaggio anche se poi restano delle difficoltà. Ho notato però un ritorno dei giovani per recuperare la montagna. Questo mette entusiasmo».

Cosa ti ha colpito dell'Appennino emiliano?

«Dalle ricerche fatte ho constatato che tra Reggio Emilia e Modena si è sviluppata la cultura dei cantamaggi. Nel mese di maggio un po' in tutto l'Appennino si festeggiava l'arrivo della primavera e lo si faceva spesso cantando o con riti arborei. I pastori imparavano dei poemi interi, composti da loro, che venivano accompagnati da alcuni strumenti. Questa è una tradizione che era andata perduta dopo la seconda guerra mondiale, ma vi è stato un recupero grazie a discendenti di quei pastori. Ci sono delle compagnie che portano avanti queste tradizioni».

Nicola Calicchio

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