la recensione
“Totò e Vicé”, verve stemperata da un eccesso di ripetitività
di Andrea Marcheselli
MODENA. Scritto da Franco Scaldati venticinque anni or sono, “Totò e Vicé” è un testo teatrale che sembra confezionato apposta per un duo come quello di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, perfetti nel...
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MODENA. Scritto da Franco Scaldati venticinque anni or sono, “Totò e Vicé” è un testo teatrale che sembra confezionato apposta per un duo come quello di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, perfetti nel dar corpo e voce ai due stralunati protagonisti che lo scrittore palermitano aveva colto direttamente dalla strada. Difatti sono alcuni anni che l’omonimo spettacolo, in scena questa settimana al Teatro delle Passioni, è divenuto cavallo di battaglia nel repertorio della coppia, tanto da averne tratto pure un film, diretto da Marco Battaglia e Umberto De Paola. In esso i due personaggi - che si è soliti definire di stampo beckettiano ma in verità sono esistiti veramente, raccontava lo stesso Scaldati - rincorrendosi con quesiti esistenziali di profondissima risibilità ed esibendosi in comportamenti eccentrici quanto paradossali, danno vita a una storia di amicizia sincera facendosi reciprocamente da spalla nell’indagine su un senso dell’esistenza che va oltre le logiche argomentative razionali, come quando Totò dice che “piove, ma a Vicé non glielo dico così crede che non piove e si bagna”. Per tutto lo spettacolo ci si chiede se siano veramente vivi oppure morti questi esserini che discutono di ogni cosa possibile e immaginabile con l’ingenuità di un bambino e la libertà onirica dei poeti, che toccano con mano la morte ma ne vengono respinti, acquisendo la convinzione che al camposanto non torneranno mai più. Ne scaturisce una sorta di parabola sull'uomo capace di toccare temi angoscianti con un’ironia che a tratti sembra involontaria, forse proprio per quel risvolto di realtà che Scaldati ha posto alle origini del racconto, ma garantisce comunque la leggerezza della rappresentazione. Alla quale, se possiamo rilevare un limite, potremmo imputare momenti di eccessiva ripetitività che finiscono per pesare sul ritmo e soprattutto ne stemperano la verve più propriamente umoristica, tant'è che alla fine rimane più che altro un senso di amarezza, come in certe esibizioni di nostalgici clown. La dimensione di Totò e Vicé è peraltro tutt'altra, più vicina ai sondaggi sull'esistenza tipici del teatro pirandelliano, cui Scaldati deve molto della propria formazione, tanto che non sarebbe fuori luogo cogliere nel testo e nella sua messinscena elementi metalinguistici rivolti alla ricerca del senso teatrale della vita.
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