Il nuovo album di Gaspare Bernardi “straniero a casa”
di Daniele Montanari
A cinque anni da “Cor'n Connexion”, Gaspare Bernardi torna con un nuovo album strumentale intenso, pieno di emozioni e suggestioni, sempre con il suo Appennino nel cuore e allo stesso tempo la voglia...
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A cinque anni da “Cor'n Connexion”, Gaspare Bernardi torna con un nuovo album strumentale intenso, pieno di emozioni e suggestioni, sempre con il suo Appennino nel cuore e allo stesso tempo la voglia di rimettersi in gioco e in cammino, verso nuovi traguardi artistici.
Un mood reso emblematicamente dal titolo di questo lavoro, “Stranger at Home” (Egea Music), indicativo di un viaggio melodico tra jazz, elettronica e world music che prosegue con il fido corno francese. Strumento con il quale iniziò a farsi conoscere, più di trent'anni fa, negli ambiti modenesi tra jazz e pop, con musicisti che orbitavano attorno a un esordiente Capossela e che iniziarono a stimarlo collaborando anche alle sue canzoni.
Talento poliedrico quello di Bernardi, a pieno titolo poeta, musicista e chansonnier con all'attivo altri due album di canzoni (“L'Arco Terrestre” del 2000 ed “Estati Lontane” del 2005) e altrettanti lavori letterari (“Sulla Linea tra gli Emisferi” (2000) e “Interludia” 2012). Nativo di Pievepelago, continua a vivere la montagna (dove è ideatore e direttore della rassegna “Le Vie del Suono”) quale sfondo inesauribile di spunti ed emozioni, pur da viaggiatore infaticabile passato per questo album anche a Bologna, Genova e fino in Germania. Nove brani di cui il quinto, quello che dà il titolo, diventa canzone nella bonus track dove la sua voce si affianca a quella dell'amica Sarita.
Bernardi, partiamo dal titolo: perché si sente “straniero a casa”?
«È un pensiero indicativo di due aspetti. Uno esteriore, il fatto che quest'album per me rappresenta un po' un nuovo inizio, un rimettermi in gioco da solo prendendo la mia valigina e facendo un sacco di viaggi, pur tornando poi sempre qui. Poi c'è un livello più profondo, un richiamo al fatto che io nella mia vita mi sono sempre sentito un po' sradicato, incapace di identificarmi del tutto in un'esperienza, non solo artistica. D'altronde credo che l'estraneità cominci prima da noi stessi che dal rapporto con gli altri. C'è sempre qualcosa che ci sfugge anche nella nostra identità».
Chi l'accompagna in questo lavoro?
«Vecchi a nuovi compagni di viaggio. Da Giamba Giorgi (al basso) a Ugo Moroni (chitarra), Giuseppe Tortorelli (batteria), Lele Leucci (chitarre synth), Sarita (voce) e Giò Cozza (cori). E poi i due ospiti eccezionali: alla tromba Markus Stockhausen, figlio del tedesco Karlheinz che è stato uno dei compositori più importanti del '900, un genio dell'elettronica. Poi l'amico di sempre Achille Succi, jazzista prodigioso col suo clarinetto».
Lei corno, ovviamente?
«Corno utilizzato in forma naturale, ma anche digitale e con sordina. Come sempre faccio le parti delle tastiere e del piano, gli arrangiamenti, i pezzi a voce. E ho messo alcuni pensieri a corredo dei brani».
Quando ha cominciato a lavorarci?
«Nel 2014, è stata una lunga gestazione per un lavoro che in parte si rifà a brani sperimentati nel gruppo che avevo, il Gaiber Project, mentre per metà sono nuove composizioni. Come a indicare il termine di un'esperienza e l'inizio di una nuova».
Come vuole proseguire?
«Mi piace lavorare in chiave concept album, partendo dal titolo, per cui considero questo secondo lavoro strumentale parte di un'ideale trilogia. Ma vorrei applicare la stessa prospettiva anche al discorso delle canzoni, per cui vedo nel mio futuro sia un altro album strumentale che uno cantato».
Un mood reso emblematicamente dal titolo di questo lavoro, “Stranger at Home” (Egea Music), indicativo di un viaggio melodico tra jazz, elettronica e world music che prosegue con il fido corno francese. Strumento con il quale iniziò a farsi conoscere, più di trent'anni fa, negli ambiti modenesi tra jazz e pop, con musicisti che orbitavano attorno a un esordiente Capossela e che iniziarono a stimarlo collaborando anche alle sue canzoni.
Talento poliedrico quello di Bernardi, a pieno titolo poeta, musicista e chansonnier con all'attivo altri due album di canzoni (“L'Arco Terrestre” del 2000 ed “Estati Lontane” del 2005) e altrettanti lavori letterari (“Sulla Linea tra gli Emisferi” (2000) e “Interludia” 2012). Nativo di Pievepelago, continua a vivere la montagna (dove è ideatore e direttore della rassegna “Le Vie del Suono”) quale sfondo inesauribile di spunti ed emozioni, pur da viaggiatore infaticabile passato per questo album anche a Bologna, Genova e fino in Germania. Nove brani di cui il quinto, quello che dà il titolo, diventa canzone nella bonus track dove la sua voce si affianca a quella dell'amica Sarita.
Bernardi, partiamo dal titolo: perché si sente “straniero a casa”?
«È un pensiero indicativo di due aspetti. Uno esteriore, il fatto che quest'album per me rappresenta un po' un nuovo inizio, un rimettermi in gioco da solo prendendo la mia valigina e facendo un sacco di viaggi, pur tornando poi sempre qui. Poi c'è un livello più profondo, un richiamo al fatto che io nella mia vita mi sono sempre sentito un po' sradicato, incapace di identificarmi del tutto in un'esperienza, non solo artistica. D'altronde credo che l'estraneità cominci prima da noi stessi che dal rapporto con gli altri. C'è sempre qualcosa che ci sfugge anche nella nostra identità».
Chi l'accompagna in questo lavoro?
«Vecchi a nuovi compagni di viaggio. Da Giamba Giorgi (al basso) a Ugo Moroni (chitarra), Giuseppe Tortorelli (batteria), Lele Leucci (chitarre synth), Sarita (voce) e Giò Cozza (cori). E poi i due ospiti eccezionali: alla tromba Markus Stockhausen, figlio del tedesco Karlheinz che è stato uno dei compositori più importanti del '900, un genio dell'elettronica. Poi l'amico di sempre Achille Succi, jazzista prodigioso col suo clarinetto».
Lei corno, ovviamente?
«Corno utilizzato in forma naturale, ma anche digitale e con sordina. Come sempre faccio le parti delle tastiere e del piano, gli arrangiamenti, i pezzi a voce. E ho messo alcuni pensieri a corredo dei brani».
Quando ha cominciato a lavorarci?
«Nel 2014, è stata una lunga gestazione per un lavoro che in parte si rifà a brani sperimentati nel gruppo che avevo, il Gaiber Project, mentre per metà sono nuove composizioni. Come a indicare il termine di un'esperienza e l'inizio di una nuova».
Come vuole proseguire?
«Mi piace lavorare in chiave concept album, partendo dal titolo, per cui considero questo secondo lavoro strumentale parte di un'ideale trilogia. Ma vorrei applicare la stessa prospettiva anche al discorso delle canzoni, per cui vedo nel mio futuro sia un altro album strumentale che uno cantato».
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