Gazzetta di Modena

Così “Il Trovatore” ha conquistato il cuore del pubblico modenese

di Massimo Carpegna
Così “Il Trovatore” ha conquistato il cuore del pubblico modenese

MODENA. Con il “Rigoletto”, “Il trovatore” e “La traviata” Giuseppe Verdi divenne il più popolare operista al mondo, riuscendo quasi a superare il successo delle opere spettacolari di Meyerbeer. Il...

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MODENA. Con il “Rigoletto”, “Il trovatore” e “La traviata” Giuseppe Verdi divenne il più popolare operista al mondo, riuscendo quasi a superare il successo delle opere spettacolari di Meyerbeer. Il pubblico non si stancava mai d’ascoltarle e, per citare un esempio, il Théâtre des Italiens di Parigi, nella stagione 1856-1857, propose ottantasette rappresentazioni. Di queste, ben cinquantaquattro furono eseguite con opere di Verdi. A Londra il successo fu così clamoroso che la rivista satirica inglese “Punch” protestò scrivendo: “Tre Traviate in posti diversi, tre Rigoletti che ammazzano le figlie, tre Trovatori che decapitano i fratelli per le mene astute di tre madri zingare!”

Nonostante fama e denaro, Verdi non volle mai apparire diverso da quello che era e soprattutto presentarsi quale compositore particolarmente erudito. In una lettera del 1869 scriveva: “In casa mia non vi è quasi musica, non sono mai andato in una Biblioteca musicale, mai da un editore per esaminare un pezzo. Sto a giorno d’alcune delle migliori opere contemporanee non mai studiandole, ma sentendole qualche volta a teatro…”. In verità, questa affermazione nasceva dalla natura schiva e modesta del Maestro che “stava a giorno” di tutto, dalle opere musicali a quelle letterarie a lui contemporanee e del passato.

Ad esempio, fu lo stesso Verdi a consigliare al librettista Salvatore Cammarano il soggetto de “El Trovador” dello scrittore spagnolo Antonio Garcìa-Gutiérrez. Il dramma, d'ispirazione romantica, aveva impressionato il Maestro per la potenza e l'originalità della vicenda e dei personaggi. La trama de “Il trovatore” è nota, ma per i non “melomani” così può essere riassunta, citando il musicologo Fedele D’Amico: “Siamo tra Biscaglia e Aragona, al principio del Quattrocento. Quindici anni addietro una zingara, Azucena, per vendicare la madre mandata al rogo come fattucchiera dal Conte di Luna vassallo del re d’Aragona, ha rapito uno dei due bambini di lui con l’intenzione di gettarlo nel fuoco, ma ottenebrata dall’orrore di ciò che stava per compiere, ha inavvertitamente bruciato, invece, il proprio bambino, ed è fuggita via con l’altro. È questi oggi il trovatore Manrico, che il nuovo Conte di Luna ha proscritto come seguace di Urgel, un nobile che gli si è sollevato contro. E l’inimicizia tra i due è accresciuta dal fatto che entrambi amano la stessa donna, Leonora, la quale corrisponde al proscritto rifiutando il potente. Appunto nell’atto di celebrare le nozze con lei, il trovatore apprende che Azucena, riconosciuta come la colpevole dell’antico delitto, è stata condannata al rogo, e corre in suo soccorso; ma è arrestato e condannato a sua volta alla decapitazione. Leonora tenta allora di salvarlo promettendosi al Conte nel mentre segretamente beve un veleno. Ma la sua morte, inopinatamente rapida, sopravviene prima della liberazione di lui, che perciò è tratto al supplizio. Solo in quel punto la zingara si rende conto di quel che sta accadendo e rivela al Conte chi sia Manrico, ma un attimo troppo tardi, la testa è già caduta. A lei non resta se non gridare al Conte inorridito che la vendetta, quella vendetta che la madre morente le aveva affidato, è compiuta”.

Nell’ottima edizione rappresentata al Teatro Pavarotti, Stefano Vizioli non si è inoltrato sul terreno dell’interpretazione in chiave moderna, ma ha condotto una regia secondo i canoni tradizionali, rivisitata con rispetto e intelligenza. I personaggi tutti hanno preso vita all’interno di una scenografia essenziale, creata da Alessandro Ciammarughi, nella quale due imponenti scaloni comunicano allo spettatore un senso d’oppressione e angoscia: sono gli elementi che, con il supporto delle luci di Franco Marri, immergono l’intera vicenda in un’atmosfera notturna e tragica.

Ma ora diciamo del cast. Non a caso l’emergente Andrea Battistoni è considerato tra i più promettenti giovani maestri; ha diretto con fuoco d’interpretazione e veemenza del gesto; ascoltare L’Orchestra dell’Opera Italiana sotto la sua bacchetta è stato un privilegio. Eccellente anche il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia, preparato da Martino Faggiani, e di alto livello è stata l’intera compagnia vocale con il tenore Gianluca Terranova, nei panni dello zingaro Manrico, al quale si oppone il Conte di Luna interpretato dalla bella voce baritonale di Sergio Bologna. Da rilevare l’esecuzione tecnicamente ineccepibile e appassionata delle due ex allieve di Raina Kabaivanska che hanno dato vita ai ruoli femminili: Silvia Beltrami, nei panni della zingara Azucena, e Vittoria Yeo/Leonora che ha esibito la stoffa della “grande interprete”. Francesco Milanese, Simona Di Capua, Simone Di Giulio, Enrico Gaudino e Gian Marco Avellino hanno degnamente completato il cast, applaudito lungamente da un pubblico entusiasta.

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