sabato il premio tassoni, l’intervista/1
Ida Travi: «Poesia, linguaggio dell’amore materno»
di Michele Fuoco
A tu per tu con una delle vincitrici del concorso che spiega come nasce la scrittura lirica
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MODENA. Ida Travi è vincitrice, ex aequo con Fausta Squatriti, per la sezione poesia, del Premio Alessandro Tassoni che si svolgerà sabato, alle 18, al Teatro San Carlo. La sua raccolta “Dora Pal. La terra” (Moretti & Vitali Editori) si è imposta all'attenzione della giuria, in quanto la realtà viene portata nella dimensione dell'immaginario, dell'altrove.
«È il quarto - evidenzia la poetessa di Cologne (Brescia) - di una sequenza cominciata nel 2011, col libro “Tà - poesia dello spiraglio e della neve”. Ci sono piccoli gruppi in comune che vivono in luoghi che si immaginano ai margini della città che talvolta si vede in lontananza. Una sorta di campagna post-moderna, con elementi che indicano che si è in un tempo sospeso tra il passato e il futuro. E ciò dà una dimensione di straniamento».
Come la parola poetica ritrova lo spessore di significato nel recupero di un linguaggio semplice, familiare?
«Ho una mia teoria che pensa al linguaggio poetico come se fosse la lingua parlata sul nascere. La lingua che si parla in casa, quando si è molto piccoli, con la madre o la persona che si occupa del bambino. La lingua che nomina il mondo, le cose (albero, casa, pane...) come per la prima volta. La lingua poetica è questa: qualcosa che rinnova ogni volta il nome delle cose, come se fossero chiamate per la prima volta».
Un concetto che viene rafforzato nel suo saggio su “L'aspetto orale della poesia” in sostiene il legame tra lingua poetica e lingua materna...
«È vero, la prima nominazione del mondo avviene all'interno nel rapporto con la madre, con la persona che cura».
Perché dà molta importanza anche al rapporto tra poesia e filosofia, tanto che nel 2000 ha ideato e curato per gli Amici della Scala la rassegna “Il filosofo e il poeta”, facendo dialogare Mario Luzi, Milo De Angelis, Emanuele Severino e Carlo Sini?
«Parlare di tutta la filosofia è partire dal momento in cui Platone poneva il problema della scrittura, perché la poesia era allora esclusivamente orale. Con la nascita dell'alfabeto greco, della scrittura, Platone sosteneva che il luogo della poesia fosse la casa, la madre che narrava le grandi favole, come aveva fatto Omero, in una dimensione totalmente orale. Nei “Dialoghi” di Platone c'è un relazione tra la parola scritta e la parola letta. La lingua sul nascere, come la intendo io, è una lingua orale».
Lei ritiene che la poesia debba essere letta ad alta voce dal suo autore, perché possa fondare ogni volta un evento nuovo. In che senso?
«Anche quando facciamo poesia, la scrittura è sostenuta da una voce silenziosa. La poesia non è solo la forma che noi vediamo sulla pagina. Nella nostra testa c'è una voce, anche se non ne sentiamo il suono. Di conseguenza la poesia prende vera voce solo nel poeta. Il momento della lettura pubblica di un poeta è quella voce che era silenziosa al momento della scrittura. La poesia si mostra, si sente, ma non è una recita. La creatività riprende voce. Non c'è finzione. È il rinnovarsi del momento creativo».
I suoi interessi vanno anche al teatro...
«Per il teatro ho scritto, nel 2004, una drammaturgia pubblicata da Baldini Castoldi Dalai, dal titolo “Diotima la suonatrice di flauto”, ambientata nel Convivio di Platone. Immagino che nel Convivio dove i filosofi si sono raccolti per parlare dell'amore, mandano via l'unica donna presente. Allora mi domando cosa succederà alla suonatrice una volta sulla strada. La considerazione è che le donne sono rientrate nella sala della filosofia solo duemila anni dopo».
«È il quarto - evidenzia la poetessa di Cologne (Brescia) - di una sequenza cominciata nel 2011, col libro “Tà - poesia dello spiraglio e della neve”. Ci sono piccoli gruppi in comune che vivono in luoghi che si immaginano ai margini della città che talvolta si vede in lontananza. Una sorta di campagna post-moderna, con elementi che indicano che si è in un tempo sospeso tra il passato e il futuro. E ciò dà una dimensione di straniamento».
Come la parola poetica ritrova lo spessore di significato nel recupero di un linguaggio semplice, familiare?
«Ho una mia teoria che pensa al linguaggio poetico come se fosse la lingua parlata sul nascere. La lingua che si parla in casa, quando si è molto piccoli, con la madre o la persona che si occupa del bambino. La lingua che nomina il mondo, le cose (albero, casa, pane...) come per la prima volta. La lingua poetica è questa: qualcosa che rinnova ogni volta il nome delle cose, come se fossero chiamate per la prima volta».
Un concetto che viene rafforzato nel suo saggio su “L'aspetto orale della poesia” in sostiene il legame tra lingua poetica e lingua materna...
«È vero, la prima nominazione del mondo avviene all'interno nel rapporto con la madre, con la persona che cura».
Perché dà molta importanza anche al rapporto tra poesia e filosofia, tanto che nel 2000 ha ideato e curato per gli Amici della Scala la rassegna “Il filosofo e il poeta”, facendo dialogare Mario Luzi, Milo De Angelis, Emanuele Severino e Carlo Sini?
«Parlare di tutta la filosofia è partire dal momento in cui Platone poneva il problema della scrittura, perché la poesia era allora esclusivamente orale. Con la nascita dell'alfabeto greco, della scrittura, Platone sosteneva che il luogo della poesia fosse la casa, la madre che narrava le grandi favole, come aveva fatto Omero, in una dimensione totalmente orale. Nei “Dialoghi” di Platone c'è un relazione tra la parola scritta e la parola letta. La lingua sul nascere, come la intendo io, è una lingua orale».
Lei ritiene che la poesia debba essere letta ad alta voce dal suo autore, perché possa fondare ogni volta un evento nuovo. In che senso?
«Anche quando facciamo poesia, la scrittura è sostenuta da una voce silenziosa. La poesia non è solo la forma che noi vediamo sulla pagina. Nella nostra testa c'è una voce, anche se non ne sentiamo il suono. Di conseguenza la poesia prende vera voce solo nel poeta. Il momento della lettura pubblica di un poeta è quella voce che era silenziosa al momento della scrittura. La poesia si mostra, si sente, ma non è una recita. La creatività riprende voce. Non c'è finzione. È il rinnovarsi del momento creativo».
I suoi interessi vanno anche al teatro...
«Per il teatro ho scritto, nel 2004, una drammaturgia pubblicata da Baldini Castoldi Dalai, dal titolo “Diotima la suonatrice di flauto”, ambientata nel Convivio di Platone. Immagino che nel Convivio dove i filosofi si sono raccolti per parlare dell'amore, mandano via l'unica donna presente. Allora mi domando cosa succederà alla suonatrice una volta sulla strada. La considerazione è che le donne sono rientrate nella sala della filosofia solo duemila anni dopo».
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