Gazzetta di Modena

«“L’esecuzione”, uno scavo nei fiumi carsici dell’uomo»

di Serena Fregni
«“L’esecuzione”, uno scavo nei fiumi carsici dell’uomo»

Vittorio Franceschi, autore e interprete con Laura Curino, spiega il suo lavoro: l’ultima notte di un condannato a morte a confronto con la sua guardiana

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MODENA. Da stasera fino al 19 novembre presso il Teatro delle Passioni andrà in scena “L’esecuzione” di e con Vittorio Franceschi nei panni del disertore, di un condannato a morte che il giorno dopo verrà giustiziato. Gli ultimi attimi di vita sono raccontati attraverso un dialogo con la sacerdotessa, interpretata da Laura Curino, dove emergono ricordi e memorie. Lo spettacolo è diretto da Marco Sciaccaluga e il protagonista, Vittorio Franceschi rivela qualche curiosità sull’opera.

Che cosa racconta “L’esecuzione”?

«La storia parte da un dato realistico, c’è un condannato a morte che domani sarà giustiziato e accanto a lui c’è una guardiana, una specie di sacerdotessa che lo accompagna fino all’ultimo passo. Nel dialogo fra queste due persone, un uomo e una donna, emergono fatti, episodi, ricordi che riguardano la vita dell’uno e dell’altro ma che in realtà riguardano la vita di tutti, anche degli spettatori che si riconoscono in queste cose che vengono dette e quindi lo spettacolo a quel punto non è più astratto ma diventa concreto e tocca il cuore di chi lo ascolta».

Cosa si dovrà aspettare lo spettatore?

«È difficile spiegarlo perché io non racconto una storia precisa. Ormai siamo pieni di storie, siamo bombardati dalla televisione, dal web, dallo smartphone, dalla carta stampata. Una volta si ricevevano le storie d’Italia, adesso si ricevono quelle del mondo. Quindi per un autore teatrale oggi raccontare una storia non è interessante perché, spesso, il pubblico sa già tutto, è già informato. Quindi ho pensato, e questo non oggi perché il testo l’ho scritto nel 2008, che fosse più interessante cercare in altre direzioni e fare uno scavo dentro noi stessi. Siamo pieni di fiumi carsici, mi riferisco a quei fiumi piccolini, che non si vedono e che percorrono però la terra e anche l’uomo è pieno di fiumi che non si vedono. Dentro questi fiumi scorrono i ricordi, le esperienze, le speranze, i dolori, l’amore, insomma tutte le cose della vita e mi sembrava più interessante scavare dentro per recuperare attraverso quelle esperienze che i fiumi sotterranei portano, recuperare i valori se ce ne sono e andare alla ricerca di qualcosa che oggi non viene più nominato che è il bene perché si dà per scontato che il male abbia vinto».

Come riesce a vestire i panni di un condannato a morte?

«Non è semplice, tra l’altro in scena sono stato accecato e legato ad una sedia. Quindi è una situazione di costrizione assoluta. È stato molto interessante perché è come se indossassi una maschera e in più senza muovermi. Sono praticamente un tronco seduta dall’inizio alla fine. Quando sei costretto vai alla ricerca di altri accenti interpretativi. È stato inoltre faticoso dar voce ad un personaggio che il giorno dopo morirà. Diciamo che si suda molto in scena, c’è davvero molto lavoro dietro, soprattutto in spettacoli come questo».

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