Gazzetta di Modena

Modena. Hollywood, a teatro la vera storia del film simbolo del cinema

Modena. Hollywood, a teatro la vera storia del film simbolo del cinema

Il 17 gennaio 1940 i cinema statunitensi venivano invasi da quello che non soltanto si preannunciava come l'indiscusso film-evento dell'anno, ma che sarebbe diventato il più grande successo...

3 MINUTI DI LETTURA





MODENA. Il 17 gennaio 1940 i cinema statunitensi venivano invasi da quello che non soltanto si preannunciava come l'indiscusso film-evento dell'anno, ma che sarebbe diventato il più grande successo di tutti i tempi: “Via col vento”. Opera monumentale, di 238 minuti di durata, per un budget - allora faraonico - di quasi quattro milioni di dollari, il kolossal diretto da Victor Fleming costituisce ancora oggi il simbolo non solo di un intero sistema cinematografico, vale a dire la Hollywood dei grandi studios e delle primissime mega-produzioni in Technicolor, ma anche e soprattutto di un'idea di cinema come narrazione epica e grandiosa, in grado di abbracciare gli elementi della storia nazionale e del melodramma, della saga familiare e del film bellico. Ma come si arrivò alla realizzazione di questo film? Tutto andò per il verso giusto o vi furono dei problemi? Per scoprirlo basta vedere lo spettacolo “Hollywood”, di Ron Hutchinson, per la regia di Virginia Acqua, in scena al Teatro Michelangelo da oggi a giovedì, alle 21.15.

Interpreti: Antonio Catania, Gianluca Ramazzotti, Gigio Alberti, Paola Giannetti. Hollywood, anno 1939. Siamo nell’ufficio del produttore David O. Selznick che sta realizzando la più colossale opera cinematografica di tutti i tempi: “Via col vento”. Ma dopo oltre due anni di preparazione e cinque settimane di riprese già avviate, con i costi esorbitanti che lievitano, con gli attori già sul set e con il suocero, George Mayer patron della MGM che lo carica di pressioni, Selznick blocca tutto. Il film non gli piace, non sta venendo bene, la sceneggiatura di Sidney Howard è troppo lunga e il regista, il suo amico fraterno George Cukor è troppo fiacco. Questo è l’antefatto ed è storia. Come è storia quello che seguirà e che Ben Hutchinson descrive nella sua travolgente commedia. Selznick convoca nel suo ufficio Victor Fleming il regista più famoso dell’epoca per affidargli la regia al posto di Cukor e Ben Hecht, lo sceneggiatore più abile e veloce, per fargli riscrivere da capo tutta la sceneggiatura. «Il racconto è tutto vero - puntualizza l'attore Antonio Catania - I protagonisti si chiusero per cinque giorni in una stanza per riscrivere la sceneggiatura. Lo spettacolo racconta come passarono quei cinque giorni molto intensi».

È un omaggio al cinema?

«In parte si. Quando si trovano tre persone diverse e normale che tutti cercano di imporre la propria idea, anche se si deve trovare una strada comune. Il produttore impegnò tutto per la realizzazione del film e alla fine ci riuscì. È un po' la storia di un sogno».

Poi c'è Hollydood, il sogno americano a tutti i costi.

«Il sogno americano è di vincere in ogni modo, cosa che cerca di fare il produttore del film. Il mito del cinema è fatto di voglia di riscatto, di ribellione di determinazione per raggiungere il proprio obiettivo».

Insomma, una commedia totale.

«Una commedia divertente che dovrebbe insegnare ad avere rispetto l'uno con l'altro, aprire la finestra su un certo cinismo che c'è nel mondo del cinema».

Perché vedere questa commedia?

«Se si ama il teatro non si può non vedere Hollywood. Se non lo sia ama bisogna andarci lo stesso e magari dirlo alle persone che non vi piacciono per tirargli una bella sola».

Ha già lavorato al Michelangelo. Cosa pensa del pubblico modenese?

«Prima di tutto è un pubblico esperto visto che in città c’è una bella tradizione teatrale. Sicuramente è tra i più competenti in Italia. Noi attori ci prestiamo umilmente a farci giudicare, nel bene e nel male».

Nicola Calicchio
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google