Gazzetta di Modena

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Filmstudio 7b, in prima visione “The square” vincitore della Palma d’Oro

di Alberto Morsiani

MODENA. Oggi alle 21 prima visione esclusiva al Filmstudio 7B (via Nicolò dell'Abate 50). In cartellone il film che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes: “The Square” di Euben Ostlund. di Alberto...

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MODENA. Oggi alle 21 prima visione esclusiva al Filmstudio 7B (via Nicolò dell'Abate 50). In cartellone il film che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes: “The Square” di Euben Ostlund.



di Alberto Morsiani

THE SQUARE di Ruben Östlund. Sve/Ger/Fra/Dan 2017

In questo bel film, che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, tutti chiedono aiuto a tutti, ogni inquadratura è infarcita di questuanti e mendicanti. Una richiesta di aiuto quasi sempre ignorata o negata. Tutto sembra poi congiurare contro il protagonista, icona del curator d’arte contemporanea coi suoi abiti neri e gli occhiali da conoscitore: l’”affluent society” scandinava (i borghesi donatori del museo) da una parte, i poveri e gli esclusi dall’altra. Agli uni deve fornire con le sue mostre e il suo museo quel giusto mix di cultura ed provocazione che serve per vivere ancor meglio; agli altri deve concedere la giusta misura del suo senso di colpa. Allora, cosa rappresenta quel quadrato, quello “square” al centro della futura mostra che sta mettendo insieme? E’ un quadrato inclusivo? O è piuttosto un quadrato esclusivo: dentro quelli con i privilegi, fuori quelli senza?

Il cinema di Östlund (“Play”, “Forza maggiore”) è una sorta di esperimento sociale e psicologico. Il protagonista, all’inizio, esce fuori dal guscio protettivo dell’istituzione-museo, ed ecco che collide con un meccanismo sociale offensivo: con un trucco triangolare ben calibrato, gli rubano cellulare e portafoglio. Dunque, comunicazione e denaro, i due idoli della contemporaneità. Smarrito, cerca di recuperarli, e per farlo è costretto a mettersi in contatto con una realtà sociale del tutto diversa dalla sua, quella di un condominio in una zona degradata di Stoccolma. L’equilibrio del nostro vacilla. Contemporaneamente, perde il controllo anche del suo museo, concedendo troppo spazio al marketing che sforna un video pubblicitario che sfrutta per lanciare la mostra una bambina povera che salta per aria all’interno del quadrato. Il museo, che poteva apparire, esso sì, un “santuario di fiducia e altruismo”, un utero protettivo dalla realtà là fuori, si mostra del tutto permeabile, anch’esso, a disagi e tensioni della società reale. Artificio e vero, arte e vita, si danno la mano e si confondono nel film, sotto la forma della performance.

Ciò che accade nella vita quotidiana assomiglia a una performance artistica: la rapina in strada attentamente coreografata, il sofferente di sindrome di Tourette che interrompe con oscenità la dotta conferenza dell’artista; la ragazza che in bagno attira l’attenzione di Christian mettendosi a ripetere “stronza” e alzando le braccia, lo stesso rapporto sessuale con la pantomima del preservativo… Nello stesso modo, la vita reale invade lo spazio museificato, come nell’allucinante sequenza dell’uomo-scimmia che terrorizza con grugniti e aggressioni fisiche sempre più spinte il tranquillo pubblico borghese seduto a tavola (che, all’inizio, era stato visto precipitarsi senza ritegno verso il buffet…).

La vita invade l’arte, l’arte invade la vita, nella comuneconstatazione di una assoluta irrimediabile impossibilità di dare norme certe che regolino la coesistenza tra umani. Il museo è denaro e marketing, la vita è indifferenza e sopraffazione del più forte sul più debole. Un quadro (quadrato) disturbante.



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