Premio Tassoni: «La disciplina dà senso e valore a poesia e arte»
di Michele Fuoco
MODENA. È felice Fausta Squatriti di ricevere, sabato alle 18, presso il Teatro San Carlo, il Premio Tassoni, per la sezione poesia (ex aequo con Ida Travi), in quanto "è un premio indipendente,...
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MODENA. È felice Fausta Squatriti di ricevere, sabato alle 18, presso il Teatro San Carlo, il Premio Tassoni, per la sezione poesia (ex aequo con Ida Travi), in quanto "è un premio indipendente, senza pressioni degli editori". Nel 1988 le è stato conferito il Premio Eugenio Montale per l'inedito, e nel 2009 il premio "Scrivere donna". Molte le raccolte di poesia e due i romanzi, ma all'attività letteraria Squatriti unisce quella di artista multimediale.
È nata prima la pratica della pittura e scultura o della scrittura?
«Direi insieme. Sin da ragazzina ho dipinto e scritto. Alla Triennale di Milano dello scorso anno sono partita da due grandi calligrammi che avevo scritto, disegnando con le parole, quando avevo 16 anni. L'attività che occupa più spazio e fatica è quella dell'artista visiva. Però la poesia è sempre in parallelo».
In che modo l'una può sostenere o influenzare l''altra?
«Solo dal punto di vista concettuale. Ma non ho mai praticato la poesia visiva, tranne quando avevo 16 anni, in modo quasi innocente. Forse non l'avevo mai vista e non conoscevo nemmeno i calligrammi di Apollinaire. Avevo più familiarità con la poesia, perché mia madre era scrittrice. In casa nostra gli amici erano Quasimodo, Sanesi, Lucio Fontana, Arnaldo Pomodoro, Enrico Baj che vedevano ciò che facevo nel mio studio».
Come riesce a conciliare i diversi linguaggi?
«Con molto disciplina. Contrariamente a quanto si crede, per essere artista, poeta occorre un'energia sorgiva, ma anche tanto lavoro e disciplina. Se da molto tempo non scrivo una poesia, apro il dizionario e prendo una parola da cui ricominciare. La parola contiene la possibilità di un mondo intero e complesso. Solo lo stile mette ordine all'impulso creativo. Attraverso lo stile l'artista dice quel poco che vuole comunicare».
Lei viene premiata a Modena per la raccolta "Olio Santo", dove il verso si fa più sintetico, breve, acquistando tensione drammattica, conoscitiva...
«Ho iniziato a scrivere poesie a 19 anni, dal 1960 al 1962, pubblicate poi da Book. Poesie più ricche di immagini, anche metafisiche, allegoriche, più elaborate come linguaggio. Poi negli anni sono giunta al doveroso lavoro di sintesi. Scrivo in modo stringato, affrontando i problemi di oggi. "Olio santo" è l'unzione sul disastro della mostra società. Una estrema unzione sul mondo occidentale. Nel bene e nel male. Non ci si rende conto che la nostra civiltà si sta avviando velocemente verso la morte definitiva».
A chi dà voce con la poesia, visto che parla di dolore, di gente senza storia?
«Sono i migranti, gente che abbandona la propria storia per cercare di entrare in quella degli altri. E non c'è comprensione soprattutto da parte dei potenti. Sono poche le persone che sublimano il dolore dei migranti. Io lo faccio come artista, portando la poesia ad affrontare temi anche di ordine sociale».
Lei scrive anche "della pietà il seme a fatica germina nel solco stretto...".
«È un invito all'umanità a fare bene. Con il terrorismo siamo tornati indietro in nome della religione. Anche i cristiani avevano ammazzato a più non posso. E' passato molto tempo e pensavamo di esserci liberati dalla violenza. E' sempre l'ingenuità che fa del male. Va bene quella dei bambini perché non sanno, ma quella dei grandi è micidiale».
In quale attività, compresa quella di editore e di saggista, si identica di più?
«Quella di artista visiva, perché c'è tutto un apparato nel creare l'opera d'arte. Bisogna inventarsi una tecnica, lavorare sui materiali. C'è in me il cuore anche di artigiana».
È nata prima la pratica della pittura e scultura o della scrittura?
«Direi insieme. Sin da ragazzina ho dipinto e scritto. Alla Triennale di Milano dello scorso anno sono partita da due grandi calligrammi che avevo scritto, disegnando con le parole, quando avevo 16 anni. L'attività che occupa più spazio e fatica è quella dell'artista visiva. Però la poesia è sempre in parallelo».
In che modo l'una può sostenere o influenzare l''altra?
«Solo dal punto di vista concettuale. Ma non ho mai praticato la poesia visiva, tranne quando avevo 16 anni, in modo quasi innocente. Forse non l'avevo mai vista e non conoscevo nemmeno i calligrammi di Apollinaire. Avevo più familiarità con la poesia, perché mia madre era scrittrice. In casa nostra gli amici erano Quasimodo, Sanesi, Lucio Fontana, Arnaldo Pomodoro, Enrico Baj che vedevano ciò che facevo nel mio studio».
Come riesce a conciliare i diversi linguaggi?
«Con molto disciplina. Contrariamente a quanto si crede, per essere artista, poeta occorre un'energia sorgiva, ma anche tanto lavoro e disciplina. Se da molto tempo non scrivo una poesia, apro il dizionario e prendo una parola da cui ricominciare. La parola contiene la possibilità di un mondo intero e complesso. Solo lo stile mette ordine all'impulso creativo. Attraverso lo stile l'artista dice quel poco che vuole comunicare».
Lei viene premiata a Modena per la raccolta "Olio Santo", dove il verso si fa più sintetico, breve, acquistando tensione drammattica, conoscitiva...
«Ho iniziato a scrivere poesie a 19 anni, dal 1960 al 1962, pubblicate poi da Book. Poesie più ricche di immagini, anche metafisiche, allegoriche, più elaborate come linguaggio. Poi negli anni sono giunta al doveroso lavoro di sintesi. Scrivo in modo stringato, affrontando i problemi di oggi. "Olio santo" è l'unzione sul disastro della mostra società. Una estrema unzione sul mondo occidentale. Nel bene e nel male. Non ci si rende conto che la nostra civiltà si sta avviando velocemente verso la morte definitiva».
A chi dà voce con la poesia, visto che parla di dolore, di gente senza storia?
«Sono i migranti, gente che abbandona la propria storia per cercare di entrare in quella degli altri. E non c'è comprensione soprattutto da parte dei potenti. Sono poche le persone che sublimano il dolore dei migranti. Io lo faccio come artista, portando la poesia ad affrontare temi anche di ordine sociale».
Lei scrive anche "della pietà il seme a fatica germina nel solco stretto...".
«È un invito all'umanità a fare bene. Con il terrorismo siamo tornati indietro in nome della religione. Anche i cristiani avevano ammazzato a più non posso. E' passato molto tempo e pensavamo di esserci liberati dalla violenza. E' sempre l'ingenuità che fa del male. Va bene quella dei bambini perché non sanno, ma quella dei grandi è micidiale».
In quale attività, compresa quella di editore e di saggista, si identica di più?
«Quella di artista visiva, perché c'è tutto un apparato nel creare l'opera d'arte. Bisogna inventarsi una tecnica, lavorare sui materiali. C'è in me il cuore anche di artigiana».
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