Gazzetta di Modena

Capitani: «Il mio Caravaggio ribelle energico e sensuale»

di Daniele Montanari
Capitani: «Il mio Caravaggio ribelle energico e sensuale»

Autore e interprete approda al Franco Parenti dopo 450 repliche all’estero «Spero di arrivare presto in Emilia dove torno con piacere ogni volta che posso»

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Dalla natia Frassinoro a Parigi e poi, dopo tanti anni, a Milano dove si è formato, per raccontare un mito della pittura. Tappa artistica molto speciale per l'attore Cesare Capitani, che dal 21 al 26 novembre porterà in scena al Teatro Franco Parenti “Io, Caravaggio” (Compagnie Prisma), da lui scritto, diretto e interpretato assieme a Laetitia Favart (9 spettacoli in 6 giorni, per info 02 5999 5206 o teatrofrancoparenti.it). Un affresco “viscerale” dedicato al pittore maledetto che dà “nuova pelle”, come dice l'autore, al suo lavoro lanciato il 16 luglio 2010 al Festival di Avignone in occasione dei 400 anni dalla morte dell'artista. Nuovi estratti dal romanzo di Dominique Fernandez (“La corsa all'abisso”, Colonnese Editore) da cui è tratto, nuove musiche e soprattutto una nuova regia per omaggiare l'icona proprio nel momento in cui gli è dedicata una nuova mostra a Palazzo Reale. Crocevia di emozioni anche modenesi questo evento, perché sarà seguito da tanti amici che non mancheranno di andare a vedere Cesare e salutarlo nel primo vero debutto teatrale italiano, e su un palcoscenico illustre, di un'opera tutta sua. Non l'unica peraltro, perché Capitani (che ha fatto anche tv in Italia, vedi “Vivere” e “Cesaroni”) si è già fatto notare con “L'altro Galileo” (2015) scritto e interpretato come grande tributo alla libertà di pensiero. Ma qui c'è anche l'emozione della regia, e di un ritorno a Milano dopo vent'anni.

Capitani, com'è il suo Caravaggio?

«Un ribelle, un energico, un appassionato, un sensuale. Un uomo fuori da ogni schema che ha sconvolto la pittura scegliendo come soggetti anche prostitute e ladri, facendo quadri che sono un pugno nello stomaco. Un genio che ha avuto una vita tormentata, ha anche ucciso un uomo, fino alla misteriosa morte, che le ultime rivelazioni danno su una spiaggia vicino a Roma, con un che di pasoliniano».

Che ruolo hanno i suoi capolavori?

«Prendono forma, sono rappresentatati nel racconto di vita che si sofferma su momenti topici immediatamente riconducibili alle sue tele: vita e arte che si compenetrano».

E i suoi celebri chiaroscuri?

«Rivivono sulla scena attraverso effetti di luce che mettono in evidenza particolari, specie dei volti. Luce e molte parti di buio, come ombrose e dolorose sono molte pagine della sua vita».

Due soli attori a rappresentare tutto, lei e Laetitia Favart: come arriva alla fine?

«Sfinito, è una prova molto impegnativa dal lato fisico ed emotivo, anche per il passaggio nei diversi personaggi. Ma arrivo felice, profondamente felice per quello che quest'opera riesce a dare al pubblico e a noi: 450 repliche in sette anni, passando per le più grandi città francesi, poi Svizzera e Marocco. Belle soddisfazioni».

Le piacerebbe portare lo spettacolo nelle sue terre?

«Altroché, sarebbe un sogno per me arrivare in Emilia Romagna: qualche città e magari Frassinoro. Chissà che non capiti l'occasione».

Torna a Frassinoro?

«Tutte le volte che posso: d'estate, d'inverno, durante le vacanze di mio figlio Livio... Anche se mi piace restare in incognito. Sono rimasto legatissimo alla casa di Pianello da dove veniva mia mamma Albertina. Mi rilasso, mi metto un po' a fare il contadino e mi immergo in questo paradiso verde».

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