Gazzetta di Modena

I codici di iconografia materica

di Michele Fuoco
I codici di iconografia materica

Nel foyer dell'Aula Magna “Levi Montalcini” 30 anni di attività di Domenico Difilippo 

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MIRANDOLA. Domenico Difilippo lega il suo nome all’“astrattismo magico” di cui redige, con altri colleghi, il 10 maggio 1991, il Manifesto a Brema, in occasione della rassegna “Insinuanti enigmi” che, l'anno dopo, sarà a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Un astrattismo che serba memorie indefinite di figurazione, di visionarietà, di ibridazioni di forme di natura umana e vegetale, di quel surrealismo di cui l'artista sanfeliciano era stato protagonista, con Mac Mazzieri, dagli anni '70 a Modena. Forme fantastiche portate ad essenza, a purificazione di elementi di elegia cromatica. Da qui inizia la mostra di 30 anni di attività (dei 50 realmente svolti) di Difilippo, con carte, codici e manoscritti, fino al 17 dicembre, nel foyer dell'aula magna “Rita Levi Montalcini” del polo scolastico. I manoscritti si presentano sotto forma di pagina, i codici assumono il carattere di volumi, con richiami alla sapienza degli antichi. Cartapesta e altri materiali sostanziano questi grandi libri che accolgono oggetti (chiodi, rametti, frammenti di legno, ferro, vetro) che si offrono come segni di cultura, di civiltà, dei luoghi in cui Domenico è nato e vissuto. Oggetti che l'artista riscatta dalla loro inutilità, facendoli diventare segni distintivi, quasi elementi di una miniatura. I codici si connotano di una figura simbolica, di un'icona particolare, a losanga, dai colori vegetali o rivestita da foglia d'oro, che pare una foglia, un petalo, una canoa, una ferita e rimanda alla mandorla divina di iconografia non solo cristiana. La scrittura non vive in queste pagine dei codici. Sono le vibranti increspature a dettare un linguaggio misterioso fatto non di parole, ma di cose che riconducono alla storia dell'artista. Forte il richiamo a salvare e a diffondere la cultura degli antichi volumi, dei manoscritti, dove la scrittura dialoga in modo mirabile con l'immagine, la miniatura. La mostra si compone pure di grandi “icone dell'arcobaleno”, come testimonianza della seconda fase dell'astrattismo magico; di una installazione di sculture plurimetariche che si sostanziano nella parte alta di frammenti di roccia della Sardegna per indicare dei Menhir, o di rami per sostenere la forza della natura capace di affermarsi in qualsiasi ambiente. Le opere riflettono le esperienze dell'artista: a 20 anni a Milano, dove conosce Dova, Crippa e Baj e si avvicina al postnucleare, all'informale e alla nuova figurazione; a 36 a Parigi; dal 1980, per 25 anni, direttore artistico del Premio Aldo Roncaglia di San Felice; e poi l'insegnamento all'Accademia di Firenze, Sassari, Venezia, Carrara, Milano e Bologna.



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