AL MAC MAZZIERI
Pavullo, con “Il giocatore” di Dostoevskij in scena il baratro dei nostri giorni
di Daniele Montanari
PAVULLO. Un affresco di metà '800 riflesso di una malattia dell'oggi. Si apre all'insegna della profondità di un'opera come “Il giocatore” di Fëdor Dostoevskij la stagione teatrale del Mac Mazzieri...
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PAVULLO. Un affresco di metà '800 riflesso di una malattia dell'oggi. Si apre all'insegna della profondità di un'opera come “Il giocatore” di Fëdor Dostoevskij la stagione teatrale del Mac Mazzieri di Pavullo (www.cinemateatromacmazzieri.it), affidata per il terzo anno al circuito Ater.
Il sipario si alza stasera alle 21 con il celebre romanzo del 1866 adattato da Vitaliano Trevisan per la regia di Gabriele Russo. Una coproduzione Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini (col Teatro Stabile di Catania) che rappresenta la terza parte di una “Trilogia della libertà” iniziata con “Arancia meccanica” (libero arbitrio) e proseguita con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (libertà anche fisica dai soprusi), portato proprio qui a Pavullo nel gennaio 2016. Allora come oggi, nel ruolo di protagonista Daniele Russo.
Russo, di che genere di libertà si parla adesso?
«Libertà dal vizio, il vizio del gioco in questo caso, la ludopatia che è una delle malattie del secolo e delle dipendenze più violente. Ma in realtà nella profondità dell'opera di Dostoevskij il vizio diventa multiforme, attaccando anche lo status sociale, il denaro... Lo stesso amore è viziato, non presentando nulla di romantico».
Anche solo restando al gioco, sembra davvero cronaca dei nostri giorni...
«L'ambientazione è fuori dal tempo: avremmo potuto prendere un ragazzo o un anziano che si perdono davanti a una slot. Ma raccontare il decadimento con Dostoevskij è incredibilmente più affascinante, anche perché lui rivive sulla scena».
Come?
«Io impersonano sia Aleksej, il protagonista del romanzo, che lui, in un perfetto parallelismo autobiografico. Perché come il suo personaggio, Dostoevskij era un giocatore incallito che era arrivato a perdere tutto. E avrebbe perso anche tutti i diritti delle sue opere se non fosse riuscito a completare in tempo questo romanzo, che finì in 28 giorni grazie alla stenografa Anna Grigor'evna, che poi divenne sua moglie. Il romanzo è tutto un riflesso autobiografico, la sua stessa stesura fu una grande scommessa. E così mettiamo in scena vita e finzione senza soluzione di continuità, in un cortocircuito costante finché i due personaggi non si incrociano».
Ha fatto qualche preparazione particolare per il ruolo?
«Sì, ho seguito alcuni incontri dell'anonima giocatori e ho scoperto un mondo di una tristezza infinita. Il gioco diventa come la droga che ti allontana dal quotidiano per poi lasciarti nell'amaro risveglio. Anzi, il gioco è ancora più subdolo, perché spesso all'inizio ti dà un'illusione reale di farcela, di cambiare la tua vita con le vincite da novellino. Che sono solo un beffardo scherzo del destino per farti giocare ancora e farti perdere, in una spirale senza fine».
Qual è il monito?
«Il monito non c'è, perché il teatro che si riduce a un singolo messaggio non ha attrattiva. C'è semplicemente lo stare assieme, attori e spettatori, assistendo a un lento precipitare nel baratro. Non c'è bisogno di dire».
Un climax dunque fino alla fine?
«No, l'adattamento firmato da Gabriele sa aprire anche finestre divertenti, come con l'arrivo inaspettato della nonnina. Questo aiuta ad avvicinarsi ancor più ai personaggi, e a vivere quindi tutta la portata della loro caduta».
Quando avete lanciato lo spettacolo?
«A marzo al Bellini di Napoli, poi siamo stati in giro per tutta l'Italia, e continueremo».
Il sipario si alza stasera alle 21 con il celebre romanzo del 1866 adattato da Vitaliano Trevisan per la regia di Gabriele Russo. Una coproduzione Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini (col Teatro Stabile di Catania) che rappresenta la terza parte di una “Trilogia della libertà” iniziata con “Arancia meccanica” (libero arbitrio) e proseguita con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (libertà anche fisica dai soprusi), portato proprio qui a Pavullo nel gennaio 2016. Allora come oggi, nel ruolo di protagonista Daniele Russo.
Russo, di che genere di libertà si parla adesso?
«Libertà dal vizio, il vizio del gioco in questo caso, la ludopatia che è una delle malattie del secolo e delle dipendenze più violente. Ma in realtà nella profondità dell'opera di Dostoevskij il vizio diventa multiforme, attaccando anche lo status sociale, il denaro... Lo stesso amore è viziato, non presentando nulla di romantico».
Anche solo restando al gioco, sembra davvero cronaca dei nostri giorni...
«L'ambientazione è fuori dal tempo: avremmo potuto prendere un ragazzo o un anziano che si perdono davanti a una slot. Ma raccontare il decadimento con Dostoevskij è incredibilmente più affascinante, anche perché lui rivive sulla scena».
Come?
«Io impersonano sia Aleksej, il protagonista del romanzo, che lui, in un perfetto parallelismo autobiografico. Perché come il suo personaggio, Dostoevskij era un giocatore incallito che era arrivato a perdere tutto. E avrebbe perso anche tutti i diritti delle sue opere se non fosse riuscito a completare in tempo questo romanzo, che finì in 28 giorni grazie alla stenografa Anna Grigor'evna, che poi divenne sua moglie. Il romanzo è tutto un riflesso autobiografico, la sua stessa stesura fu una grande scommessa. E così mettiamo in scena vita e finzione senza soluzione di continuità, in un cortocircuito costante finché i due personaggi non si incrociano».
Ha fatto qualche preparazione particolare per il ruolo?
«Sì, ho seguito alcuni incontri dell'anonima giocatori e ho scoperto un mondo di una tristezza infinita. Il gioco diventa come la droga che ti allontana dal quotidiano per poi lasciarti nell'amaro risveglio. Anzi, il gioco è ancora più subdolo, perché spesso all'inizio ti dà un'illusione reale di farcela, di cambiare la tua vita con le vincite da novellino. Che sono solo un beffardo scherzo del destino per farti giocare ancora e farti perdere, in una spirale senza fine».
Qual è il monito?
«Il monito non c'è, perché il teatro che si riduce a un singolo messaggio non ha attrattiva. C'è semplicemente lo stare assieme, attori e spettatori, assistendo a un lento precipitare nel baratro. Non c'è bisogno di dire».
Un climax dunque fino alla fine?
«No, l'adattamento firmato da Gabriele sa aprire anche finestre divertenti, come con l'arrivo inaspettato della nonnina. Questo aiuta ad avvicinarsi ancor più ai personaggi, e a vivere quindi tutta la portata della loro caduta».
Quando avete lanciato lo spettacolo?
«A marzo al Bellini di Napoli, poi siamo stati in giro per tutta l'Italia, e continueremo».
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