Africa Unite a Carpi: ci mettiamo in gioco tra reale e virtuale
di Martina Stocco
Amalgamare assieme una considerevole quantità di musica reggae con un quintetto d’archi e aggiungere una buona dose di danza contemporanea. Bastano pochi ma essenziali ingredienti per ottenere...
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CARPI. Amalgamare assieme una considerevole quantità di musica reggae con un quintetto d’archi e aggiungere una buona dose di danza contemporanea. Bastano pochi ma essenziali ingredienti per ottenere la ricetta di “Offline - In tempo reale”, il nuovo spettacolo di Africa Unite, Architorti e Mm Contemporary dance company. La rappresentazione andrà in scena stasera alle 21 al Comunale.
Che genere di spettacolo sarà?
«Un inedito per la storia musicale degli Africa Unite - racconta Madaski, uno dei componenti del gruppo - sia per il luogo in cui avvengono queste rappresentazioni, il teatro, sia per la forma e la struttura dello spettacolo stesso. Solitamente siamo abituati ad esibirci ai concerti, in spazi molto più ampi e a lavorare sul nostro repertorio musicale. Anche in questo caso il filo conduttore è dato dalle nostre canzoni, ma i diversi componenti degli Africa Unite sono sostituiti dal quintetto d’archi Architorti, di formazione classica. Inoltre, a tutto ciò va aggiunta una terza forma d’espressione, che non abbiamo mai utilizzato prima, appunto la danza, diretta da Michele Merola. Ci mettiamo, così, in gioco su qualcosa di nuovo. Non a caso, ogni volta che andiamo in scena, dallo spettacolo scaturiscono elementi nuovi, c’è un’evoluzione».
Com’è stato ideato?
«Con gli Architorti lavoriamo già da tempo ed è proprio da questa collaborazione musicale che abbiamo deciso di ampliare il nostro repertorio artistico. Degli Africa Unite ci sarà anche Bunna, col quale dialogherò, in un confronto coi nostri personaggi, alter ego virtuali. Allo stesso modo il quintetto d’archi si amplierà diventando un’orchestra. Per fare ciò sono stati creati visual e filmmaking appositi. Il mio ruolo, oltre che di cantante, sarà quello di coordinatore della parte elettronica della musica».
Perché la scelta del nome “Offline”?
«Attraverso l’interazione di parole, gesti e musica si cerca di indagare il rapporto, complesso e conflittuale, tra reale e virtuale. Quando si è “offline”, dunque disconnessi, si vive “il tempo reale”. Infatti, durante tutto lo spettacolo ritorna questa dicotomia tra reale e virtuale, piano della realtà e piano della finzione, digitale, che diventa sempre più spesso, nella vita quotidiana, reale. Non è un giudizio sulle nuove tecnologie; noi abbiamo sempre cercato di sfruttare al meglio, anche nella musica, le possibilità offerte dall’innovazione tecnologica. Tuttavia, propendiamo per un giusto mezzo tra questi due aspetti, cercando di farli coesistere in modo proficuo».
Prima di Carpi ci sono state altre date. Com’è stata la risposta del pubblico?
«Molto buona, la prima è stata rappresentata a Reggio, poi ci sono stati altri due appuntamenti a Torino. Non è semplice, avendo una formazione diversa, suonare in teatro, ma è molto stimolante».
Com’è possibile coniugare musica classica e reggae, due generi apparentemente distanti?
«Rispondo citando una celebre frase di Bob Marley: “Music is music”. Nel senso che non ci sono distinzioni nella musica, la musica è musica. Non esistono grandi differenze tra quella colta e di strada, perché bisogna ricordare che molta della musica che oggi consideriamo colta, in passato, ha portato grandi cambiamenti ed è riuscita a scardinare pregiudizi, proprio perché considerata di strada. L’importante nella musica è che riesca ad arrivare alle persone».
Che genere di spettacolo sarà?
«Un inedito per la storia musicale degli Africa Unite - racconta Madaski, uno dei componenti del gruppo - sia per il luogo in cui avvengono queste rappresentazioni, il teatro, sia per la forma e la struttura dello spettacolo stesso. Solitamente siamo abituati ad esibirci ai concerti, in spazi molto più ampi e a lavorare sul nostro repertorio musicale. Anche in questo caso il filo conduttore è dato dalle nostre canzoni, ma i diversi componenti degli Africa Unite sono sostituiti dal quintetto d’archi Architorti, di formazione classica. Inoltre, a tutto ciò va aggiunta una terza forma d’espressione, che non abbiamo mai utilizzato prima, appunto la danza, diretta da Michele Merola. Ci mettiamo, così, in gioco su qualcosa di nuovo. Non a caso, ogni volta che andiamo in scena, dallo spettacolo scaturiscono elementi nuovi, c’è un’evoluzione».
Com’è stato ideato?
«Con gli Architorti lavoriamo già da tempo ed è proprio da questa collaborazione musicale che abbiamo deciso di ampliare il nostro repertorio artistico. Degli Africa Unite ci sarà anche Bunna, col quale dialogherò, in un confronto coi nostri personaggi, alter ego virtuali. Allo stesso modo il quintetto d’archi si amplierà diventando un’orchestra. Per fare ciò sono stati creati visual e filmmaking appositi. Il mio ruolo, oltre che di cantante, sarà quello di coordinatore della parte elettronica della musica».
Perché la scelta del nome “Offline”?
«Attraverso l’interazione di parole, gesti e musica si cerca di indagare il rapporto, complesso e conflittuale, tra reale e virtuale. Quando si è “offline”, dunque disconnessi, si vive “il tempo reale”. Infatti, durante tutto lo spettacolo ritorna questa dicotomia tra reale e virtuale, piano della realtà e piano della finzione, digitale, che diventa sempre più spesso, nella vita quotidiana, reale. Non è un giudizio sulle nuove tecnologie; noi abbiamo sempre cercato di sfruttare al meglio, anche nella musica, le possibilità offerte dall’innovazione tecnologica. Tuttavia, propendiamo per un giusto mezzo tra questi due aspetti, cercando di farli coesistere in modo proficuo».
Prima di Carpi ci sono state altre date. Com’è stata la risposta del pubblico?
«Molto buona, la prima è stata rappresentata a Reggio, poi ci sono stati altri due appuntamenti a Torino. Non è semplice, avendo una formazione diversa, suonare in teatro, ma è molto stimolante».
Com’è possibile coniugare musica classica e reggae, due generi apparentemente distanti?
«Rispondo citando una celebre frase di Bob Marley: “Music is music”. Nel senso che non ci sono distinzioni nella musica, la musica è musica. Non esistono grandi differenze tra quella colta e di strada, perché bisogna ricordare che molta della musica che oggi consideriamo colta, in passato, ha portato grandi cambiamenti ed è riuscita a scardinare pregiudizi, proprio perché considerata di strada. L’importante nella musica è che riesca ad arrivare alle persone».
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