Le opere di multiforme ingegno
di Michele Fuoco
Alla Pro Loco 60 lavori, dal 1943 ai primi anni Settanta, di Antonio Celeste Simonini
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CASTELFRANCO. L'immagine della copertina del dépliant che accompagna la mostra di Antonio Celeste Simonini (1927-2007), fino al 14 gennaio, alla Pro Loco, pare contenere molti aspetti dei linguaggi di cui l'artista connoterà la sua pittura, scultura e grafica. L'opera a pastello su carta di sacco di cemento, con elementi di essenza figurativa e intrecci di sottigliezze astratte, risale al 1943, quando Simonini, sedicenne, frequentava il Liceo scientifico Tassoni ed era spinto dalla curiosità di conoscere anche il Cubismo, il Futurismo di cui Modena poteva vantare campioni come Molinari e Pedron. E sarà, più tardi, Pedron a presentare, alla Saletta degli Amici dell'Arte del Caffè Nazionale, il giovane castelfranchese, a Enrico Prampolini, figura di spicco del secondo Futurismo. A ben guardare la mostra (nota di Ilaria Sita), come omaggio all'artista a 10 anni dalla morte, con 60 opere della collezione del bolognese Giancarlo Fortini che, dal 1980, ha frequentato lo studio di Simonini, prima a Castelfranco e poi nella campagna di Piumazzo, si può notare come tutta l'opera sia sorretta, non solo sul piano stilistico, dalla volontà di far tesoro delle esperienze più innovative. E quell'aperta disponibilità a verificare i differenti linguaggi e tecniche, persino inconciliabili, si manifesta in chine ed acquerelli raffiguranti teatrini, circo, la donna di Polifemo (fine anni '40 e primi '50); negli oli su carta con nudo accovacciato e altre figure senza veli di chiara matrice espressionista. Soluzioni figurative nei gessetti su carta nera e in incisioni di impronta metafisica che rimandano alla lezione di Giorgio Morandi all'Accademia di Bologna. Incantano le sculture in legno, dei primi anni '70, di rigoroso ordine geometrico con una minuziosità di strutture dinamiche che sembrano tradurre nella materia echi di arte cinetica, mentre delineano un modo diverso di procedere in nuove strategie conoscitive. Davvero una maniera moderna di crearsi un proprio stile, in quanto la straordinaria composizione delle parti non è solo regolata da ragioni scientifiche, da criteri di razionalità. Il suo lavoro trova esultanza anche nel piccolo formato (cm 6x9) con le tempere del 1950, dove particolari di paesaggi o di figure vengono condotti a tensioni astratte. Il viaggio continua tra i monotipi, nel cui rapporto tra bianco e nero emergono cavalli e altre creature che sostengono un percorso gioioso di libera creazione. Anche nei “tondi” a tecnica mista, di fine anni '50, l'artista istituisce un tessuto cromatico con segni che individuano paesaggi (case, alberi) e figure (amiche, i due amanti).
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