Modena, l’ironia di Rampini per comprendere il fenomeno Trump
«Dopo Udine e Trieste porto a Modena questa mia opera di teatro civile perché mi pare che questa antica forma artistica permetta una comunicazione calda"
MODENA. «Dopo Udine e Trieste porto a Modena questa mia opera di teatro civile perché mi pare che questa antica forma artistica permetta una comunicazione “calda”, utile in questo periodo a differenza di quanto permetta ad esempio la tv».
Federico Rampini, scrittore e corrispondente di Repubblica dall’America, è uno dei più noti giornalisti italiani, capace di utilizzare altri mezzi di trasmissione delle informazioni e non solo la parola scritta.
È il caso - questa sera - di “L’Età del caos. Trump Blues”, alle 21 al teatro Michelangelo di via Giardini: Rampini divide la scena con il figlio Iacopo, 31enne attore («E alle volte cameriere come nella migliore tradizione americana», aggiunge il padre) e con i musicisti Valentino Corvino e Roberta Giallo.
Lo spettacolo, alternando appunto la parola con la recitazione e con la musica di violino e chitarra, racconta il fenomeno del momento, il presidente americano Donad Trump. «Non lo demonizzo - spiega Rampini - a differenza di quanto leggo da parte di tanti colleghi. Mi interessa di più comprenderne le ragioni che l’hanno portato al potere, perché ricordo che The Donald i voti li ha presi. Sono in particolare quelli dell’America profonda rappresentata dai bianchi della classe operaia in particolare. Occorre quindi comprendere le ragioni delle loro scelte e chiedersi perché quelle persone hanno votato a destra».
Sembra un parallelo con le vicende di questa parte dell’oceano.
«Penso in effetti sia un tema applicabile anche alle riflessioni di quanto avviene in Europa, un tema tutto occidentale quindi. Al tempi della campagna elettorale di Trump ho percorso l’America a zig zag per 9mila chilometri perché non mi basta limitarmi alla superficie grottesca del personaggio e il suo essere non politically correct».
Il pubblico come reagisce a questi suoi spettacoli?
«Penso sia pronto ad accettare questo racconto attraverso il giornalismo teatrale, un viaggio nei nuovi populismi, le loro cause e conseguenze. La colonna sonora del nostro spettacolo la fornisce lo stesso Trump perché prima dei suoi innumerevoli comizi trasmetteva musiche veramente importanti e belle, come le canzoni dei Rolling Stone o Bob Dylan sparate a tutto volume per scaldare il pubblico dei fans».
Tra gli strumenti di comunicazione usa anche i social?
«Riguardo il teatro civile mi riconosco nella definizione, ma compio anche la mia rivolta personale contro la dittatura dei social network. Spesso appiattiscono la comunicazione e la portano inevitabilmente agli insulti. Penso sia uno strumento di degrado del confronto civile mentre il teatro si presta molto meglio alla esperienza della mia vita professionale. Io non concepisco il giornalismo come fosse un comizio, descrivo il mondo, soprattutto quello americano che conosco meglio. Ci lavoro da vent’anni e ora ho anche il passaporto a stelle e strisce».
Stefano Luppi
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