Gazzetta di Modena

“E' bal”, racconto di donna emarginata

“E' bal”, racconto di donna emarginata

Stasera e domani al Teatro delle Passioni lo spettacolo di Roberto Magnani

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MODENA. Questa sera e domani alle 21 andrà in scena al Teatro delle Passioni di Modena lo spettacolo "E' bal", una produzione del Teatro delle Albe di Ravenna diretta e interpretata da Roberto Magnani.

"E' bal" racconta la storia di Ezia, donna emarginata di un paese della campagna romagnola, vittima di un abbandono, continuamente alla ricerca di un nuovo amore. Il suo girovagare somiglia a un ballo che nel tempo si fa sempre più stanco e sgraziato, man mano che la donna perde la ragione.

«Non parlerei di una vera e propria regia per questo spettacolo - afferma Magnani - visto che sul palco siamo in due, io e il musicista Simone Marzocchi, che l'ha creato insieme a me. La nostra la definirei più un'alchimia di scena».

Che spettacolo è “E' bal”?

«Lo si può pensare come un ibrido tra teatro d'avanguardia e concerto di musica sperimentale. Di certo rientra nella vena musicale del teatro delle Albe. Il testo è di Nevio Spadoni, un importante poeta dialettale che nelle sue opere disegna donne al limite. Il personaggio di Ezia viene evocato da me, fantomatico narratore che ne racconta la storia oltre a impossessarsi delle voci del paese. Quando il volto di Ezia appare sul palco, come bruciato da luci violentissime, c'è un cambio deciso di registro vocale. Con l'avanzare della storia Ezia quasi fagocita il narratore e si prende la scena».

Cosa rappresenta questa donna?

«Ezia è l'archetipo dell'emarginato, del deriso, di chi soffre il male della solitudine che devasta e fa perdere la ragione».

Per questo spettacolo avete anche creato degli strumenti musicali. Di che si tratta?

«Da trombettista e orchestrale con gli strumenti creo melodie e cerco una mimesi con la voce di Roberto - dice Simone Marzocchi, l'altro protagonista della spettacolo - Sul palco duettiamo in molti modi: ci rincorriamo, ci prendiamo, ci scontriamo o ci seguiamo come ombre. La chiave di lettura principale è il sentire: sentire la musica che accompagna il testo, in una partitura fissa ma a tratti indefinita, che cambia a seconda della serata, del palco, del pubblico. Gli strumenti accompagnano la narrazione e hanno spazio proprio. Oltre alla tromba c'è la macchina del tempo, così la chiamiamo noi, una ghironda realizzata da una vecchia macchina da cucire a pedale. Percuotendo una sega basculante con un vecchio chiodo da trave produco suoni acidi».

Per la lingua avete scelto di mantenere il dialetto anche sul palco.

«Questa storia, come le altre di Spadoni, sarebbe intraducibile perché le sue donne riescono a raccontare la voragine che hanno dentro proprio attraverso il dialetto, in particolare quello romagnolo, così denso di terra e di ferro, pieno di spigoli, di parole feroci - conferma Magnani - Il dialetto diventa una maschera che funziona da medium e mette in contatto l'attore con i fantasmi, con gli antenati. È una chiave per accedere all'humus della Romagna immaginifica di un tempo. Per Modena, però, proviamo una sottotitolazione per dare maggiore appiglio al pubblico».

Emanuele Carrafa

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