Lino Guanciale racconta perché “La classe operaia” è ancora di grande attualità
Ha debuttato mercoledì sera, al Teatro Storchi di Modena, “La classe operaia va in Paradiso”, la nuova produzione di Ert diretta da Claudio Longhi, spettacolo liberamente tratto dall'omonimno film di...
Ha debuttato mercoledì sera, al Teatro Storchi di Modena, “La classe operaia va in Paradiso”, la nuova produzione di Ert diretta da Claudio Longhi, spettacolo liberamente tratto dall'omonimno film di Elio Petri che non ebbe tanta fortuna in Italia, nonostante la Palma d'Oro a Cannes e attori come Gian Maria Volonté, Mariangela Melato e Salvo Randone. Sono previste ancora tre repliche: stasera alle 21, domani alle 20 e domenica alle 15.30. Tra i protagonisti Lino Guanciale che nello spettacolo è Lulù Massa.
Lino, vero che con Longhi da tempo parlavate di lavorare su classici del cinema?
«Sono passati quasi cinquant'anni dall'uscita di film che hanno scritto la memoria storica del nostro Paese, degli anni post boom economico. Anni molto difficili, pieni di eventi discussi e gravi. Gli anni che vanno dalla fine dei '60 ai primi '80, per me e per Claudio hanno fatto da incubatrice dell'Italia che vediamo oggi con tutti i suoi problemi, i suoi vizi, anche le sue virtù ma, soprattutto i suoi rimorsi per le cose non affrontate adeguatamente, come il problema del lavoro. La classe operaia va in Paradiso parla benissimo del momento in cui i lavoratori del nostro Paese si trasformano definitivamente in consumatori. Oggi siamo ancora in quel brodo che Petri denunciava con forza tanto da farsi molte critiche a sinistra. Un classico come questo, attraverso il teatro, può essere fatto a pezzi e ricucito in modo da tirare fuori gli stimoli più utili per leggere la nostra realtà odierna».
Quando la pellicola uscì nel 1971 furono tutti critici: sindacalisti, studenti di sinistra, intellettuali.
«Cercava di affrontare la figura problematica dell'operaio dal punto di vista umano, fuggendo le etichettature ideologiche. Nello scollamento che si determinava tra i lavoratori e chi era incaricato a rappresentarli politicamente, Elio Petri vedeva la minaccia per il futuro. Il regista rifuggiva l'immagine classica dell'eroe-operaio per porre sotto gli occhi di tutti i problemi reali del lavoratore».
Alcuni film degli anni ’70/’80 fanno parte della nostra memoria storica.
«Noi abbiamo vissuto una stagione cinematografica irripetibile. All'inizio degli anni '70 se si andava a leggere le classifiche dei film di allora, nelle prime dieci posizioni, sette erano italiani. La nostra cinematografia era tra le più forti e apprezzate al mondo. Questa cinematografia così forte è riuscita a raccontare l'Italia al pari della grande letteratura. Se consideriamo grandi classici i libri sul lavoro di Calvino, di Pratolini, di Volponi, e di tutti i nostri grandi autori di quegli anni, bisogna fare altrettanto anche per i grandi classici cinematografici. Forse hanno raccontato il nostro Paese, con immagini, meglio della nostra letteratura».
Il vostro gruppo di attori si è rivolto a una politica territoriale molto forte.
«La cosa che ha avvicinato me e Longhi, e poi altri amici, è l'interesse a fare spettacoli belli e importanti ma anche a lavorare molto sulla didattica, sulla pedagogia e sulla formazione del pubblico. E questo lo puoi fare solo se conosci il territorio e ti fai conoscere, al di là della popolarità televisiva».
Nicola Calicchio
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
