Gazzetta di Modena

Modena, Uto Ughi: «Suonare è una sfida infinita non un’esibizione»

di Massimo Carpegna
Modena, Uto Ughi: «Suonare è una sfida infinita non un’esibizione»

Il Teatro Comunale Pavarotti ospiterà giovedì 15 febbraio un evento musicale straordinario a favore dei “bambini sperduti”, bambini rifugiati e migranti di cui si occupa l’Unicef. L’artista...

4 MINUTI DI LETTURA





MODENA Ci sono ancora biglietti disponibili (si possono acquistare alla biglietteria del teatro in corso Canalgrande, tel. 059 2033010, o sul circuito www.vivaticket.it) per la grande serata di musica organizzata dal Comitato Unicef provinciale al Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena. È in quella sede che giovedì 15 febbraio alle 21 gli spettatori potranno emozionarsi ascoltando la magia del violino del Maestro Uto Ughi accompagnato al pianoforte dal Maestro Marcello Mazzoni, che si esibiscono a sostegno della raccolta fondi per il programma Unicef “Education Uprooted”, indirizzato a sostenere l'istruzione dei minori nei campi profughi e nei centri di accoglienza.

 Il Teatro Comunale Pavarotti ospiterà giovedì 15 febbraio un evento musicale straordinario a favore dei “bambini sperduti”, bambini rifugiati e migranti di cui si occupa l’Unicef. L’artista scelto a favorire la nobile causa è Uto Ughi: uno dei più grandi concertisti sulla scena mondiale e onore dell’Italia.

La sua biografia dice che a 7 anni si è esibito per la prima volta in pubblico al Lirico di Milano. Perché il violino e non un altro strumento?

«Mia nonna era pianista, mia madre aveva studiato canto e mio padre suonava il violino. Grande appassionato di musica, era amico del Maestro Coggi, primo violino della Scala al tempo di Toscanini, e un paio di volte la settimana organizzava degli incontri musicali nel nostro salotto. Sono nato e vissuto in mezzo alla musica e così ho iniziato a studiare pianoforte e violino, che divenne presto il mio strumento preferito. In quanto al canto, ancora oggi ascolto la Callas prima d’ogni concerto».

Quale consiglio darebbe ad un giovane musicista?

«Non accontentarsi mai e non trasformare la musica in un’esibizione da circo con tecnicismi esasperati e velocità esecutive irragionevoli. La musica è una sfida infinita: ciò che sembra perfetto oggi, non deve esserlo domani, perché il compito dell’artista è quello di perfezionarsi sempre. Lo studio e la ricerca non devono mai essere interrotti: la musica rifiuta categoricamente la superficialità».

A questo proposito, la sua posizione sulla formazione musicale è piuttosto critica…

«I Conservatori non sono più una fucina di talenti in grado di preparare i futuri professionisti e concertisti. Occorre rimettere la preparazione strumentale degli allievi al centro di tutto e non in subordine ad altre materie di carattere culturale. La riforma è stata una distruzione concepita a tavolino da chi non conosce i problemi della musica. Sarebbe stato sufficiente aggiornare i programmi del “Vecchio Ordinamento” e avremmo ancora un Conservatorio con prestigio nel mondo».

Lei è anche molto critico sulla considerazione che ha la musica classica in Italia.

«Che ha la cultura in Italia! Un popolo che non conosce il proprio passato storico e artistico, non ha futuro e noi facciamo ben poco per conservare e diffondere il nostro. Ogni volta che s’insedia un nuovo governo, si spera che qualcosa cambi, ma finora tutte le attese sono state deluse. Non abbiamo neppure teatri e auditori con un’acustica soddisfacente. Per quelli che sono stati ristrutturati recentemente, si è tenuto conto più della moquette che del suono e sono stati usati materiali sbagliati. Anche questo è un calpestare il nostro passato. In quanto alla musica, quando la RAI aveva orchestre sinfoniche a Torino, Milano, Roma e Napoli, grandi solisti e direttori venivano in Italia e in tournée, i giovani potevano ascoltarli, crescere musicalmente, culturalmente. Ma la politica dice che queste orchestre costavano troppo, pesavano sui bilanci… È rimasta quella di Torino, una delle città più vive musicalmente, con un pubblico assiduo e preparato. Massimo Mila è stato il fulcro di quest’attenzione per la musica».

Restiamo fermi sul suono e parliamo dei suoi eccelsi violini, uno Stradivari e un Guarnieri del Gesù. In cosa si differenziano?

«Appartengono entrambi alla scuola classica cremonese, ma sono diversi tra loro. Il Guarneri ha un tono caldo, sensuale, più adatto al repertorio romantico, mentre lo Stradivari - che appartenne a Kreutzer, il grande violinista a cui Beethoven dedicò la celebre sonata - possiede invece una voce limpida, che evoca un quadro rinascimentale italiano, adatto alla musica barocca».

Brahms s’ispirava soprattutto in montagna per le sue composizioni; lei dove cerca la concentrazione per preparare i concerti?

«Io trovo il silenzio, la solitudine e l’assoluto nella natura e in modo particolare in montagna, sulle Dolomiti. Paiono cattedrali, con la loro forma e colore, concepite dalla mente di un artista».

Quale altra arte predilige?

«Le arti sono tutte collegate tra loro, ma considero che sia la letteratura quella più unita alla musica. Ho passione anche per la pittura e le arti figurative in genere. Non a caso vivo a Roma e Venezia, due città uniche al mondo per l’arte».

Se dovesse descrivere se stesso con una sola frase, quale potrebbe essere?

«Il silenzio è forse il momento più suggestivo e più musicale nella vita di un uomo. Il silenzio favorisce pensieri elevati e la creatività. A questo proposito consiglio a tutti di leggere “La forza del silenzio” del Cardinal Sarah: un libro illuminante».


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google