“Verso l’eresia”, un trittico firmato Anagoor
Oggi e domani alle Passioni il primo titolo: “Rivelazione”, meditazioni da nuclei artistici di Giorgione
MODENA. Da questa sera e fino a domenica 11 febbraio alle 21, il Teatro delle Passioni sarà la residenza di Anagoor. Fondata nel 2000 a Castelfranco Veneto da Simone Derai e Paola Dallan, Anagoor ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti, fra i quali il Premio Hystrio alla regia nel 2016 a Simone Derai, il premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro per l’innovazione della loro ricerca teatrale e il premio Retecritica 2016. La compagnia porterà in scena una trilogia dal titolo “Verso l'eresia” composta dagli spettacoli “Rivelazione” (6 e 7 febbraio), “L'italiano è ladro” (8 e 9 febbraio) e “Magnificat” (10 e 11 febbraio).
Pochi giorni fa vi è stato assegnato il Leone d'Argento alla Biennale di Venezia: congratulazioni!
«Siamo elettrizzati - dice Simone Derai, regista e fondatore di Anagoor. - Viviamo un po' il peso di questa responsabilità, ma è un'immensa gioia perché è il riconoscimento del lavoro di un collettivo esteso ed articolato. Sarà per noi uno stimolo per continuare a lavorare bene».
Come nasce Anagoor?
«Ci siamo incontrati tra compagni attorno ad un laboratorio teatrale scolastico, in una città piccola come Castelfranco Veneto. Inizialmente con questo progetto volevamo spingere sulla cultura teatrale contemporanea, in un territorio poco avvezzo a linguaggi nuovi. Non per contrapporci alla tradizione, ma per portare aria nuova. Nel tempo il percorso di creazione della compagnia è cresciuto, alimentato anche dall'incontro con altri artisti».
A proposito del primo spettacolo che porterete in scena, “Rivelazione - Sette meditazioni intorno a Giorgione”, cosa puoi dirci?
«Abbiamo avuto la grande opportunità di portare tre spettacoli al Teatro delle Passioni grazie alla scelta del direttore di Ert che ha voluto un percorso così concentrato. “Rivelazione” è uno spettacolo difficile da classificare. In scena ci sarà solo Marco Menegoni con due schermi dove compariranno frammenti delle opere di Giorgione. Di questo artista e nostro concittadino, scomparso a Venezia nel 1510 a soli trent'anni a causa della peste, conserviamo pochissime notizie biografiche con le quali sarebbe impossibile tracciare una narrazione della sua vita. Per questo dipingiamo un affresco molto più ampio, raccontando il suo tempo, la Venezia a cavallo del '500 e le tensioni che la sconvolgevano, questa tempesta imminente che gli artisti sentivano con le loro antenne. Lo spettacolo non si riduce a una narrazione, ma usa sette nuclei artistici di Giorgione per altrettante meditazioni su ciò che queste opere evocano. Nasce come gemello di un altro spettacolo, quello con cui ci siamo presentati nel 2009 al premio Scenario, “Tempesta”, perfomativo e sostanzialmente visivo, senza parola. Ma erano tante e tali le riflessioni accumulate intorno a Giorgione e al suo tempo che avevamo necessità di condividere questa ricerca dandogli un'altra forma, questa qui, scritta insieme a Laura Curino. “Rivelazione” è diventato nel tempo una sorta di manifesto della compagnia. Racconta un modo di guardare attraverso il prisma della storia dell'arte alla storia della cultura, rovesciando letture precostituite. Nel caso di Giorgione non si parla più di un pittore di paesaggi idillici come tramandato dalla tradizione romantica, ma si rivela un carattere inquieto, che avverte le tensioni del suo tempo e in questo senso si collega al sentire contemporaneo. Lo spettacolo finisce così per parlare dei nostri giorni».
In che modo questo si collega alla contemporaneità?
«Raccontiamo di come è stato trasformato il paesaggio della nostra campagna, inghiottito dai capannoni e dal cemento. Una devastazione della terra e del senso di bellezza conservato per secoli e spazzato via in pochi decenni da una politica selvaggia di cui siamo testimoni. La trasformazione del paesaggio non è solo un dato oggettivo, ma una metafora concreta di una trasformazione del linguaggio e della modalità di pensare e sentire. Il nostro percorso è sempre stato quello di offrire uno sguardo non celebrativo verso l'opera del passato, ma obliquo. Non è una denuncia, ma una riflessione».
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